EDITH STEIN
EDITH STEIN

Seconda Dimora: la lotta e la“determinada determinaciòn”

 La Seconda Dimora è caratterizzata, come abbiamo detto nel titolo, dalla lotta. E’ una situazione che richiede fortezza d’animo, perché la tentazione di abbandonare il cammino è forte. Teresa è talmente consapevole di questo che scrive:

A chi ha cominciato a rientrare in se stesso, chiedo che la prospettiva della lotta non lo faccia tornare indietro” (2M 1,9).

In questa stanza infatti non mancano le tentazioni di tornare al “vecchio stile di vita”,  quello che si conduceva prima di decidere di entrare nel Castello. 

Il grande dono però che Dio fa alla persona che sta in questa Dimora è quella di iniziare a percepire, con i sensi spirituali, la Sua voce, che invita ad avvicinarsi a Lui; questo fa nascere in lei una sorta di “ansia per Dio”, uno struggimento interiore che, pur essendo ancora molto carico di emotività, è comunque già amore per Lui. 

Contemporaneamente, però, la persona sperimenta una sorta di “incapacità a rispondere a Dio che la chiama” e questo è fonte di dolore. Questo passaggio è molto delicato: l’incapacità di rispondere con la coerenza della vita infatti può far virare verso lo scoraggiamento (sfiducia, rabbia, sensi di colpa, progetti di rinuncia, ecc), oppure verso la confidenza (se Dio invita, sa quello che fa…). E’ perciò molto importante, se si vuole proseguire il cammino, scegliere di continuare a percepire la Sua voce e non soffocarla con i rumori derivanti dal nostro ripiegamento e dalla nostra frustrazione.

La voce di Dio, in questa Dimora, si fa percepibile non solo attraverso i sensi spirituali, ma anche attraverso intermediari e circostanze: per questo è importante essere vigilanti. Tale attenzione ci educa a diventare delicati nei confronti di Dio, desiderosi e attenti di udire la Sua voce, indipendentemente dal canale che Egli sceglie di utilizzare (e che talvolta può cozzare con il nostro gusto: ad esempio le prove, le malattie, i travagli della vita, ecc). 

La prima lotta perciò che in questa Dimora ci si trova a sostenere è in realtà quella contro se stessi, le proprie ferite narcisistiche (perché non sappiamo rispondere come vorremmo), la possibile conseguente depressione e anche la tentazione di cadere in un eccesso di auto-analisi della propria condizione, che non lascia spazio alla fiducia in Dio.

Le tentazioni sono ancora legate ai beni e ai piaceri temporali, vissuti in maniera autoreferenziale, come prima di entrare nel Castello. E’ proprio questa autocentrazione che li fa essere laccio e zavorra. Per questo è necessario incamminarsi sulla via della educazione del desiderio: dei beni temporali infatti non possiamo fare a meno (oltretutto essi, in se stessi, sono “beni”!! E nel Castello la persona entra con tutta se stessa, corpo incluso), ma dobbiamo purificare la motivazione che ci fa volgere verso di essi.

L’obiettivo è imparare a porre ogni bene (materiale, sensibile, naturale, intellettuale, morale, spirituale, soprannaturale) al servizio della relazione con Dio, con gli altri e con gli stessi beni creati. Naturalmente questo è un cammino lento e progressivo; le stesse purificazioni, come insegna S. Giovanni della Croce, sono a fasi successive e ricorrenti, mai radicali e “una volta per tutte”. 

Proprio per la fatica del cammino Teresa invita a instaurare relazioni di amicizia con persone che hanno scelto di percorrere lo stesso cammino verso la Settima Dimora, in modo da poter essere gli uni per gli altri sostegno e incoraggiamento. 

Una importante specificazione: l’appartenenza reciproca della persona e di Dio potrebbe apparire totale solo nella Settima Dimora. In realtà già in questa Seconda lo è, perché si è intuito che Dio è il Tutto e per Lui si lotta con perseveranza. D’altro canto, anche Dio ha iniziato a donarsi: anzi, Egli ha preso l’iniziativa chiamando a Sè la persona…. Certamente Egli le si dona in proporzione alla capacità di accoglienza che essa man mano sviluppa.

Un terreno di lotta particolarmente consistente è quello della preghiera, esperienza qui assai faticosa. Da un lato è necessario imparare ad acquisire la custodia di se stessi, in modo da essere facilitati a raggiungere uno stato di raccoglimento. Dall’altro si sperimenta una sensazione di inutilità, di impotenza: alla persona sembra di non ricavare alcun vantaggio o risultato apprezzabile dal suo stare in orazione. Esattamente qui sta l’opera di Dio, che permette alla persona di vivere questa desolazione perché impari a staccarsi dalle gratificazioni emozionali legate alla preghiera. Soltanto in questo modo infatti il cuore viene educato a cercare Dio per se stesso e possono essere poste delle fondamenta solide per una autentica relazione con Lui (altrimenti il rischio è sempre quello di una ricerca di sé o di gratificazioni per sé). E’ questa la ragione per cui Teresa sostiene che è necessaria una “muy determinata determinaciòn”, perché lo staccarsi da se stessi è non solo faticoso, ma anche doloroso.

Da autentica maestra di spirito però Teresa non esita a dare anche alcuni suggerimenti molto concreti per vivere questo stato di desolazione:

  1. non valutare la propria preghiera a partire da quanto noi percepiamo di essere stati con Dio, ma dalla certezza - che deriva dalla fede - che Dio è stato con noi; è questo che rende il tempo della preghiera sempre e comunque fecondo
  2. siccome la tentazione in questa dimora è di tornare fuori dal Castello, è utile riflettere sul valore dei beni: cosa li rende autenticamente preziosi, cosa in essi ha sapore di eternità. Essi sono beni, ma non sono il Sommo Bene.
  3. lasciare ampio spazio alla bellezza e alla bontà di Dio. Egli mette in cuore un sensibile desiderio di Lui: questo favorisce il soffermarsi a sospirare la sua compagnia
  4. se Dio è effettivamente percepito come Somma Bellezza e Bontà, allora la desolazione che Egli permette che noi viviamo non può che avere per fine il goderLo appieno. Inoltre dolore e sofferenza non sono state estranee a Gesù di Nazareth: il soffermarsi sulla Sua Passione può essere assai fecondo.
  5. un altro ausilio è ripetere frequentemente l’invocazione del “Padre nostro”: “sia fatta la tua volontà, come in Cielo così in terra”.

Resta comunque e sempre valida l’osservazione che gli ostacoli che si incontrano sul cammino non sempre sono gli stessi e non sono uguali per tutti.

 

 

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Viene qui da chiedersi che cosa possa muovere l’uomo del tutto esteriore ad entrare dalla porta della preghiera, quando egli non percepisce ancora questi richiami. La Santa non lo spiega. Io suppongo che ella dia quasi per scontato ciò, per quegli uomini che, per la loro educazione religiosa, sono abituati a pregare a dati intervalli e sono abbastanza istruiti nelle verità di fede per pensare a Dio quando pregano” (Edith)

 

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