EDITH STEIN
EDITH STEIN

Introduzione

L’obiettivo che Edith si pone analizzando il testo di Teresa d’Avila è molto chiaro. Così lo esprime:

 

Nel nostro contesto dobbiamo affrontare il compito puramente teoretico di ricercare nella costituzione graduata dell’essere le caratteristiche specifiche dell’essere umano, in cui rientra la definizione dell’anima come centro di quel complesso fisico, psichico e spirituale che chiamiamo essere umano. Ma non è possibile dare un quadro preciso dell’anima (sia pur provvisorio e incompleto), senza mettersi a parlare di ciò che spiega la sua vita intima. Le esperienze fondamentali, sulle quali dobbiamo basarci per fare questo, sono le testimonianze dei grandi mistici che hanno dedicato la loro vita alla preghiera”.

 

Queste poche righe sono molto dense. Innanzitutto presentano la struttura della persona nelle sue tre componenti, autonome e insieme in collegamento le une con le altre. Poi emerge il metodo fenomenologico: la riflessione teoretica non è mai su un “astratto”, o un”a-priori”, o una “idea”, o una “ipotesi”, ma su un fatto, così come esso emerge dalla realtà e ci viene incontro. Del resto Edith si è aperta al dato religioso proprio in questo modo: constatando che esso faceva parte della vita concreta di persone a lei vicine e che stimava (lo stesso Husserl, l’amica Conrad Martius, il filosofo Scheler, ecc), constatando che la fede donava una serenità altrimenti inspiegabile nel dolore (la giovane vedova Anna Reinach), constatando che quella con Dio era una relazione a pieno titolo (l’anziana signora entrata in Duomo a pregare e che a Edith, atea, appare come “un colloquio confidenziale con Dio”). 

Il suo dire “Questa è la Verità!” al termine della lettura della “Vita” di Teresa d’Avila non è diverso: non è affatto il passaggio dall’ateismo alla fede -non sarebbe coerente con la personalità di Edith!-, ma l’accoglienza di quell’ultimo dato di realtà che le era necessario per decidersi definitivamente per la fede cristiana e per la confessione cattolica. 

Ugualmente ora, per la struttura dell’anima. La dimensione psichica l’aveva già indagata precedentemente. Ora, per quella spirituale, non poteva che accogliere il fenomeno che le veniva incontro grazie al racconto delle esperienze mistiche di Teresa. Le accoglie e le rielabora, da fenomenologa.

Venendo ora alle pagine di Teresa d’Avila, l’idea di paragonare l’anima a un Castello viene alla mistica spagnola durante un momento di preghiera; è infatti alla ricerca di una immagine efficace per poter descrivere, come le è stato richiesto, l’esperienza spirituale che da anni ella va vivendo.

Il Castello è composto di un numero infinito di stanze, ma le principali sono 7.

La persona è chiamata a percorrere un cammino interiore che la porta progressivamente verso il centro di sé, che è appunto la 7° stanza, luogo in cui Dio abita. 

Sebbene sia la persona a camminare, vero protagonista è sempre Dio, che attrae a Sé. 

Durante il percorso è necessario affrontare delle purificazioni, ma anche riguardo a queste Teresa afferma che, nel rapporto con Dio, Egli diviene sempre di più il protagonista: più si procede, più tutto si semplifica, al punto da giungere ad affermare: “Non si tratta di altro che di ciò che Egli è e di ciò che Egli fa nelle anime”.

Dio, dalla dimora più interna, invita la persona a rientrare in se stessa, ad abbandonare la propria solitudine, per entrare in dialogo con Lui, che l’attende: questa è infatti la vocazione più profonda di ogni essere umano, godere della compagnia della Trinità, che risiede in lei e che con lei vuole entrare in amoroso dialogo. 

La 7° stanza è luogo perennemente illuminato di luce soprannaturale, perché ivi risiede il Padre, che aspetta ciascuno come figlio adottivo, Gesù, il Figlio Unigenito, che aspetta i suoi fratelli/sorelle, e lo Spirito Santo, vita stessa della dimora. 

Nulla può oscurare questa stanza; il peccato non permette di vedere il sole che splende dentro la 7° stanza, ma non impedisce al sole di brillare.

Il simbolo del Castello manifesta dunque una duplice realtà:

  1. l’uomo che, come uno scrigno, custodisce nel suo più profondo centro la 7° stanza, luogo dell’incontro amoroso con Dio
  2. Dio stesso che è Castello, cioè dimora per l’uomo

Dunque il “rientrare in se stessi” e l’ “andare alla ricerca di Dio” sono realtà che accadono contemporaneamente: in ultima analisi si tratta di percorrere quel cammino che permette a Dio e all’uomo di interfacciarsi e di mettersi in comunicazione.

Decidersi a oltrepassare la soglia che introduce nel Castello è scelta libera e personale: la porta che permette di varcare la soglia è la preghiera. 

Molto bella è la definizione che Teresa dà dell’orazione: “Fare amicizia con Dio, intrattenendosi molte volte con Lui in un dialogo d’amore, nell’intimità, con la certezza di essere da Lui amati”.

Possiamo fare due sottolineature riguardo questa definizione:

  1. se l’orazione è un rapporto di amicizia, è necessario percorrere frequentemente il sentiero che conduce all’amico, altrimenti esso si riempie di erbacce… Questo avviene appunto percorrendo l’itinerario delle Dimore, dialogando sempre più intimamente con Dio.
  2. è necessario “credere all’Amore”, cioè credere che dall’eternità Dio ci ama e ci chiama a vivere un rapporto di comunione con Lui. Questo non è un atto di fede generico: al contrario, implica il credere che l’appuntamento con Dio è personale e irripetibile (nessuno può andarci al posto di un altro!). Molto spesso da esso deriva la consapevolezza di avere nella storia una missione unica, che nessuno può adempiere in maniera vicaria.

E’ importante fare anche tre precisazioni circa la qualità dell’amicizia con Dio:

  1. amicizia non è un sentimento vago, o un’idea, ma un rapporto vitale e dinamico, è un lasciarsi raggiungere da Dio nella persona concreta e storica di Gesù di Nazareth
  2. il vivere l’amicizia con Lui si estende a tutta la vita, in ogni suo istante
  3. l’amicizia rispetta i tempi e i ritmi di ciascuno, nonché le sue condizioni di vita: questo significa che è necessario certamente avere dei tempi riservati esclusivamente alla preghiera, ma essi sono relativi alla vocazione propria della persona

Teresa insiste in maniera molto forte sulla necessità di meditare sull’umanità di Gesù durante la preghiera. In effetti se così non fosse, il rischio sarebbe quello di trovarsi di fronte all’eccelsa sublimità di Dio creatore da un lato e all’infinita meschinità della creatura dall’altro. Ne deriverebbe la consapevolezza di una infinità diversità e, forse, lontananza….

Ancora,  se Dio fosse solo purissimo spirito, anche se inabitasse il centro della persona, poco avrebbe a che spartire con essa, che è invece fatta non solo di spirito, ma anche di corpo e di anima: come potrebbe l’uomo intrattenere un dialogo amoroso con chi è tanto diverso da lui? Ma Dio non è solo purissimo spirito: la Persona del Figlio si è incarnata, dunque Gesù di Nazareth è il luogo teologico del dialogo d’amore tra la Trinità e ogni singola persona. 

La preghiera infine per Teresa deve restare sempre assolutamente umana, cioè deve prendere la persona tutta intera nella sua corporeità, nella sua psichicità, nella sua dimensione spirituale, e deve entrare in relazione con il Corpo di Gesù tutto intero, nelle varie forme possibili in questa vita.

 

 

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Non risultava possibile alla Santa rendere comprensibile quanto avviene nell’intimo dell’uomo, senza prima chiarire cosa propriamente sia questo mondo interiore”. (Edith)

 

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