EDITH STEIN
EDITH STEIN

Introduzione al tema

Come indicato in altre pagine di questo sito, l’editrice “Città Nuova”, in collaborazione con l’OCD, ha pubblicato tutti gli scritti di Edith. 

I 20 volumi che compongono l’Opera Omnia sono divisi in:

  • Scritti biografici (cioè l’autobiografia - i cui abbiamo parlato prima - e le lettere)
  • Scritti filosofici (i primi scritti di fenomenologia e quelli di fenomenologia e ontologia)
  • Scritti di antropologia e di pedagogia (quelli sulla donna, sulla struttura della persona umana, di antropologia teologica e sulla formazione e lo sviluppo dell’individualità)
  • Scritti di mistica e di spiritualità (cioè fenomenologia e mistica, oltre a scritti di spiritualità e meditazione)

Inoltrandoci lungo il sentiero della antropologia e della pedagogia, prendiamo considerazione le questioni e le riflessioni sulla donna.

Prima di affrontare le pagine di Edith, può essere utile spendere due parole sulla questione femminile, focalizzando l’attenzione naturalmente sulla Germania del XX secolo, essendo appunto Edith figlia di quella terra e di quel popolo.

Dopo la rivoluzione industriale, nel secolo XIX, nascono in Germania i primi movimenti per l’emancipazione femminile. Un esempio tra i molti possibili, nel 1865 viene fondato l’Allgemeine Deutsche Frauenverein, i cui obiettivi sono quelli di battersi perché anche le donne possano godere del diritto all’istruzione, il diritto di voto e per una più autentica democrazia.

Il diritto alle donne viene concesso nel 1918: è del 19 gennaio infatti la prima partecipazione di esse all’Assemblea Nazionale. La Germania è in effetti nel primo gruppo di Nazioni Europee che si aprono a questa novità. In Finlandia la parità viene concessa infatti nel 1905, in Norvegia nel 1913, in Danimarca nel 1915,  nel Regno Unito e in Russia nel 1918, in Belgio, nei Paesi Bassi e in Svezia nel 1919, negli USA nel 1920, ma in Spagna nel 1931, come in Francia nel 1944, in Italia nel 1946, in Grecia nel 1952; in Svizzera addirittura bisogna attendere il 1971 e in Portogallo il 1976.

Tornando alla Germania, nel 1922 viene approvata una legge che permette alle donne di accedere alle professioni di avvocato, di giurato e di censore, prima altrimenti proibite.

Del 1923 è invece la legge sul lavoro a domicilio. 

La legge sulla tutela delle madri è invece del 1927.

Con l’avvento del nazionalsocialismo, le donne perdono il diritto di voto e non possono più esercitare la professione di avvocato. Vengono sollecitate a dedicarsi infatti unicamente al ruolo di madri e di casalinghe. Il Reich promuove inoltre la nascita di associazioni femminili nazionalsocialiste.

Nel 1933 anche al popolo ebraico tedesco viene tolto il diritto di voto.

Il cammino di emancipazione femminile riprende dopo la conclusione della II Guerra Mondiale.

Viene immediatamente riconosciuta infatti, nella Costituzione, l’equiparazione dei diritti sul piano politico.

Gli anni ’60 sono caratterizzati da un clima in cui viene fortemente caldeggiata l’istruzione delle donne; degli anni ’70 è l’abolizione dell’educazione separata di maschi e femmine, che lascia il posto alla co-educazione.

Numerose sono anche le iniziative miranti a favorire l’inserimento della donna in ambito lavorativo; sul posto di lavoro notevole è l’impegno per la tutela delle donne incinte, contro le molestie sessuali e il maltrattamento (al riguardo, non solo sul posto di lavoro, ma anche all’interno dell’ambito familiare). In Germania la maternità è tutelata anche per le donne casalinghe.

Abbiamo fatto questa ampia digressione per collocare gli scritti di Edith nello spazio e nel tempo, perché soltanto così possiamo comprendere in profondità alcune sue affermazioni, perché fa determinate sottolineature, nonché la portata profetica delle sue posizioni. Il rischio che altrimenti si corre è quello di leggere i suoi scritti con la sensibilità di adesso e facendo riferimento all’attuale contesto storico, dunque da una prospettiva assolutamente scorretta. Affrontando comunque i vari scritti di Edith non mancheremo di far notare, passo dopo passo, queste questioni, in modo da mantenere sempre corretto il punto di osservazione.

 

 

Edith si occupa della questione femminile durante la sua attività di conferenziera, in giro per l’Europa, negli anni compresi tra il 1928 e il 1933. In quei tempi è insegnante alla Scuola Superiore femminile delle domenicane di Spira e, dal 1932 al 1933, all’Istituto Superiore di Pedagogia Scientifica di Monaco (cattedra che deve poi lasciare a motivo delle leggi razziali emanate da Hitler). Sempre in quegli anni si occupa di lavori di traduzione, in particolare di quelle dall’inglese di alcuni scritti di J.H. Newman e dal latino del “De Veritate” di S. Tommaso d’Aquino.

Il tema della donna è profondamente connesso sia con la sua ricerca filosofica sia con quella teologica.

Riguardo alla prima infatti l’attenzione di Edith è quella di delineare in maniera sempre più chiara, dettagliata e precisa  una “filosofia della persona” e dunque la specificità dell’essere femminile si colloca come specifico all’interno di questo quadro più generale. Riguardo alla seconda, Edith sostiene che la sola filosofia o le sole scienze umane non sono in grado di fornire una visione completa dell’uomo: il ricorso alla fede e alla teologia è per lei indispensabile. Questo lo possiamo molto ben comprendere se facciamo memoria del quadro antropologico di riferimento di Edith: la persona composta di Körper-Leib - cioè il corpo biologico e il corrispettivo vissuto psicologico di esso -, la Seele - cioè l’anima, quella che noi attualmente definiamo dimensione psicologica della persona - e il Geist - lo spirito, capace di accogliere lo Spirito -. Proprio a motivo di quest’ultima componente della persona, per comprendere l’uomo intero non si può prescindere appunto dalla teologia, come però non si può assolutamente prescindere dalla filosofia e dal contributo delle scienze umane a motivo del Körper e della Seele.

Dicevamo appunto che Edith si occupa della questione femminile dopo essere entrata nella Chiesa cattolica.

In realtà la tematica era già stata al centro dei suoi interessi durante gli studi liceali quando, abbandonata la fede ebraica e lontana da qualunque interesse per la dimensione religiosa dell’esistenza, ispirava la sua vita ad alti ideali etici e sociali, che la motivavano a impegnarsi anche a livello sociale.

Nella “Storia di una famiglia ebrea” così leggiamo:

 

A partire da questo forte sentimento di responsabilità sociale, difesi anche decisamente la causa del diritto di voto alle donne; questa, all’epoca, non era assolutamente una cosa ovvia all’interno del movimento femminista borghese. La Lega prussiana per il diritto di voto alle donne, alla quale aderii con le mie amiche perché perseguiva la completa equiparazione politica delle donne, era composta per la maggior parte da socialiste”.

 

Una puntualizzazione: Edith dice di essere stata membro attivo  della Lega prussiana per il diritto di voto alle donne. Come abbiamo già detto precedentemente, la seconda metà dell’Ottocento ha visto nascere, sostanzialmente in tutta Europa, il movimento femminista, mirante sostanzialmente all’emancipazione femminile nel campo dell’educazione, della politica e del lavoro. Era questa una vera e propria rivoluzione. Nei secoli precedenti infatti la dignità della donna come essere umano era affermata soltanto all’interno dell’alveo cristiano (in realtà era una proclamazione puramente verbale e teorica, perché poi, concretamente, per le donne non c’era alcuno spazio all’interno della vita ecclesiale, nessuna formazione, nessun diritto di parola, ecc: un esempio tra molti possibili, la vicenda di Teresa d’Avila e dei suoi scritti); nel secolo XIX si assiste al distacco dalla solo proclamata uguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte a Dio e si intraprende una lotta per l’emancipazione femminile dai connotati assolutamente laici. 

In Germania non si è di fronte a un monolite: nel movimento femminista infatti ci sono correnti diverse che si ispirano a ideologie differenti, pur avendo tutte il medesimo obiettivo comune. Si può perciò parlare di un movimento borghese, di uno proletario, di uno evangelico, di uno cattolico, di uno conservatore, di uno progressista, di uno moderato, di uno radicale, ecc. Indubbiamente uno degli aspetti che maggiormente li differenzia in relazione al metodo è la dimensione “tempo”: alcuni pretendono il “tutto e subito”, senza attenzione alle circostanze e al contesto, non disposte a percorrere con gradualità il cammino, altri sono più propensi a una maggiore riflessione su come raggiungere il fine, cioè l’emancipazione femminile, ma senza lacerazioni e contrapposizioni giudicate pericolose per la coesione del tessuto sociale. 

In realtà vi è anche un’altra questione non meno importante, cioè quale visione di donna si ha. Nella corrente più radicale sembra di poter intravvedere infatti anche un certo qual timore che il sostenere una differenza tra uomo e donna possa essere un’arma impugnabile dal sesso maschile per tenere il sesso femminile in uno spazio e in un ruolo separato, se non addirittura segregato; in questo caso perciò più che di diversità ci si troverebbe a parlare di discriminazione. Questo spingeva perciò alcune donne a chiedere in maniera spesso veemente l’uguaglianza e la parità. Una diversa corrente, a cui già ai tempi apparteneva anche Edith, propendeva per tenere conto della oggettiva diversità tra l’essere femminile e quello maschile, dunque dei loro peculiari valori e, conseguentemente, del diverso ma complementare apporto che i due sono chiamati a dare nella vita sociale, politica, familiare, lavorativa, ecc.

Quando, ormai cattolica e adulta, Edith torna a occuparsi della questione femminile, lo fa non di sua spontanea volontà, ma perché invitata a tenere conferenze sul tema.

Il suo pensiero si è fatto naturalmente più profondo e articolato - visto che ormai può armonizzare gli apporti derivanti dalla filosofia, dalle scienze umane, ma anche dalla teologia. Così scrive a un’amica, suor Callista Kopf:

 

Al ginnasio e nei primi anni di università sono stata una sostenitrice radicale dei diritti della donna. Poi, persi ogni interesse alla questione. Adesso cerco […] soluzioni che siano puramente oggettive”.

 

Obiettivo di Edith è quello di proporre una visione della donna che tenga conto di tutta la complessità e la peculiarità del suo essere, in modo da non appiattirla a una semplice “copia” in opposizione all’uomo, come anche di non relegarla a un ruolo puramente privato, esclusivamente entro le mura domestiche. Ovviamente si avvale anche di tutta la ricchezza derivante dalla visione antropologica della fede cattolica. 

 

Venendo a considerare ora in maniera più specifica le conferenze tenute da Edith tra il 1928 e il 1933, possiamo notare come in esse vi sia una evidente presa di posizione rispetto ai movimenti femminili del tempo, che ha conosciuto da vicino: indubbiamente li apprezza, soprattutto per la funzione da essi svolta circa l’urgenza della questione femminile, nonché per la sollecitazione a rompere con quel passato intriso di discriminazione. Dall’altro lato Edith si rivolge a movimenti femminili cattolici, i cui membri sono dediti soprattutto all’insegnamento, e che non sembrano essere particolarmente sensibili, propositive e di aperti orizzonti sulla questione.

Edith parla con la sua tipica competenza e profondità - pur modulando e calibrando i suoi interventi in considerazione appunto del suo uditorio -. Molteplici sono gli apporti, che emergono con tanta evidenza. Innanzitutto il suo bagaglio di formazione fenomenologica; poi la lettura dei classici cattolici, in modo particolare di S. Tommaso d’Aquino (colgo qui l’occasione per sfatare una leggenda che accompagna la conversione di Edith, cioè la famosa lettura della vita di Teresa d’Avila in una notte e il suo dire:”questa è la verità”. Di certo Edith ha letto Teresa in una notte, ma il frutto di quella lettura è stato unicamente la decisione per la denominazione cattolica invece che riformata; la scelta di abbracciare la fede cristiana infatti era maturata tra il 1917 e il 1921 ed era stata accompagnata da serie ricerche e studi teologici da parte di Edith). Tornando alle conferenze sulla donna, ancora vi si possono rintracciare dei riferimenti alla psicologia del profondo, alle correnti dell’idealismo tedesco e ad altre a lei contemporanee. E’ presente anche una corposa riflessione di antropologia teologica: Edith, nel 1933, avrebbe dovuto tenere un corso accademico a Monaco intitolato “Cos’è l’uomo?”,  ma l’entrata in vigore delle leggi razziali glielo impedirono.

La tesi fondamentale di Edith è quella di una unità specifica dell’essere umano, ma che si manifesta nell’uomo e nella donna in maniera differente, secondo una specificità tipicamente femminile e maschile. 

Nelle prossime riflessioni prenderemo in considerazione, una per una, queste conferenze, in modo tale da andare a conoscere concretamente cosa Edith ritiene essere tipico della femmina e cosa del maschio. D’altra parte la stessa Edith è sempre molto attenta a non restare nell’astratto, anche a motivo del suo impegno pedagogico: l’obiettivo dell’educazione infatti è quello di accompagnare ogni singola persona a scoprire la sua propria vocazione, che non è un qualcosa di “aggiunto dall’alto”, ma è prima di tutto realtà che Dio Creatore ha inscritto nell’essere femminile o maschile di ciascuno.

Un’ ulteriore considerazione a proposito della posizione di Edith è quella della sua costante attenzione alla singola persona. Non si appartiene al genere umano semplicemente come donne o come uomini: ciascuno è un essere a sé, unico e irripetibile, portatore di peculiarità, valori, doti, chiamato per vocazione a un compito che è solo suo. Questa attenzione alla singola persona non ci suona certamente nuova: basti pensare a quanto strenuamente si è opposta al concetto di simpatia di Scheler, o alle tesi di relazione fusione… e questo fin dai tempi della sua ricerca a proposito dell’empatia.

Ancora, Edith fa costante riferimento anche alla Sacra Scrittura, in particolare ai primi tre capitoli del libro della Genesi, nonché alle Lettere di S. Paolo agli Efesini, ai Corinzi e a  Timoteo (e proprio nella esegesi che Edith fa dei testi veterotestamentari emerge tutto il suo essere una donna ebrea).

Da ultimo, il riferimento a Maria che, se da un lato è indubbiamente il modello di ogni essere umano, è certamente in maniera speciale il prototipo e il riferimento di ogni donna.

Con queste considerazioni concludiamo questa introduzione sulla donna e veniamo ad affrontare le singole conferenze di Edith.

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