EDITH STEIN
EDITH STEIN

Storia di una famiglia ebrea

Aus dem Leben einer jüdischen Familie

Per conoscere bene Edith è necessario collocarla  all'interno della sua famiglia, la famiglia Stein. Come riferimento prendiamo l'autobiografia da lei stessa scritta in gran parte nel 1933. La presa di potere da parte del nazionalsocialismo nel gennaio del 1933 provoca la sospensione di Edith dall'insegnamento. Parte perciò da Monaco e ritorna a Breslavia. Qui, dall'aprile al settembre, redige il 1° capitolo, intitolato “Dalle memorie di mia madre”. Nell'ottobre 1933 varca la soglia del Carmelo, ove nei primi sei mesi redige altri capitoli. La redazione delle altre memorie procede in maniera incostante, a causa del completamento del suo studio filosofico “Essere finito e Essere eterno”. Il 17 gennaio 1939, dopo il suo passaggio al Carmelo olandese di Echt, Edith riprende a scrivere la sua autobiografia; gli ultimi paragrafi sono redatti il 27 aprile 1939 poi, purtroppo, la stesura del manoscritto si interrompe definitivamente.
Questa autobiografia è pubblicata in italiano con il titolo: “STORIA DI UNA FAMIGLIA EBREA”, editrice Città Nuova. Il titolo originale dell'opera è “Aus dem Leben einer jüdischen Familie”, editrice Herder di Friburgo, presso la quale è pubblicata l'opera omnia di Edith, di cui questo è il volume n°1.

PREFAZIONE
A proposito di questa autobiografia, Edith, nella prefazione, indica il motivo esatto per cui ha avvertito nella sua anima il bisogno di redigerla.
Ella così scrive:


“Negli ultimi mesi gli ebrei tedeschi sono stati strappati alla tranquilla ovvietà dell'esistenza e costretti a riflettere su se stessi, sulla loro natura e sul loro destino. […] Ma l'umanità ebraica è il prodotto necessario del 'sangue ebraico' tout court? I grandi capitalisti, la letteratura saccente, le menti irrequiete che hanno ricoperto ruoli di primo piano nei movimenti rivoluzionari degli ultimi decenni sono gli unici o anche soltanto i più autentici rappresentanti dell'ebraismo? In tutti gli strati del popolo tedesco si trovano persone che lo negano: essi sono entrati in contatto con le famiglie ebree come impiegati, vicini di casa, compagni di scuola e di università, e vi hanno trovato bontà d'animo, comprensione, calorosa partecipazione e solidarietà […] Ma molti altri non hanno fatto queste esperienze. Tale opportunità è negata soprattutto ai giovani, che oggi vengono educati all'odio razziale fin dalla primissima infanzia. Nei loro confronti, noi, che siamo cresciuti nell'ebraismo, abbiamo il dovere di rendere testimonianza”.


Questo scrive Edith nella prefazione, che si trova alle pagine 23-24 della edizione italiana.
Una testimonianza dunque, questa autobiografia di Edith.
Questo suo scrivere dimostra che Edith ha piena consapevolezza di appartenere al popolo ebraico, che è un popolo particolare, è il popolo eletto. Tale appartenenza è perfettamente coniugata in lei con il suo essere cristiana. Altrove Edith scriverà che può redigere una autobiografia solo chi è giunto a uno stadio di maturità umana: nel 1933 Edith è donna matura, consapevole di sé e della sua storia.
La sua appartenenza all'umanità ebraica è però critica: la sua non è una contro-risposta sulla stessa lunghezza d'onda alla massificazione nazionalsocialista. Ci sono ebrei ed ebrei, come però ci sono tedeschi e tedeschi: il che vale a dire che c'è la singola persona che indubbiamente appartiene a un popolo, ma tale appartenenza, come dato in sé, non annulla l'unicità e la soggettività della persona. Il diventare “massa” è scelta personale di chi rinuncia alla propria identità.

Un'altra sottolineatura, la sua doppia appartenenza e al popolo ebraico e al popolo tedesco è critica, ma non polemica. Questo perché la critica è il frutto di riflessione personale libera, mentre la polemica nasce da dinamiche psicologiche difensive, che impediscono le letture profonde e l'avvicinamento alla verità.

Da ultimo, il bisogno di rendere testimonianza, che dimostra quanto maturo sia il senso della storia che Edith ha: ella infatti avverte tutta la sua responsabilità personale di fronte a essa e di fronte agli uomini.
Indubbiamente la grande storia è spesso fatta dai potenti e dalle loro rivoluzioni, ma questo non esime i singoli dalla responsabilità di fronte alla propria microstoria, fatta di relazioni e di scelte.
Il solo fatto di essere vivi ci fa appartenere alla storia dell'umanità e dunque ci pone di fronte alla scelta di vivere da protagonisti o da gregari , da persone o da “massa”.

Un'ultima considerazione: sempre nella prefazione Edith riferisce di un colloquio avuto con una amica ebrea, nel tentativo di comprendere come Hitler sia potuto arrivare a tanto odiare gli ebrei. E' molto interessante questa breve annotazione, fatta quasi di sfuggita, perché dimostra la qualità delle relazioni di Edith: amicizie significative, ove gli argomenti di conversazione includono anche l'attualità, ma con uno sguardo analitico molto profondo, lontano dal gossip, dalla retorica, dalla superficialità e dai luoghi comuni. Anche questo è essere persona, responsabile del proprio livello di maturità umana.
L'adultità infatti non ci è data come  come ovvia conseguenza  dell'avanzare dell'età: si può invecchiare anche senza mai diventare adulti, senza mai diventare sapienti nella mente e nel cuore.
Ancora, non si diventa maturi da soli. Il contesto relazionale è indispensabile perché è dal confronto che ciascuno rielabora poi posizioni personali. Se però le amicizie sono banali, non stimolano la crescita; Edith ha scelto con chi relazionarsi. Certo, come insegnante, come filosofa, come credente era aperta all'accoglienza di ogni essere umano, ma le relazioni significative sono quelle che mobilitano il cuore e la mente e, proprio per questo, portano a maturare. Il cammino verso l'adultità, come Edith ci dimostra, passa perciò attraverso la riflessione personale e il confronto profondo con persone non banali.
 

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