EDITH STEIN
EDITH STEIN

Incontri e risoluzioni interiori

Il 9° e penultimo capitolo è intitolato “Incontri e risoluzioni interiori”.

Al termine dei 6 mesi di volontariato presso l’ospedale militare, Edith sceglie di tornare a casa e di riprendere in mano i suoi libri. Superato l’esame di Stato e sostenuto quello di greco, può ora concentrarsi esclusivamente sulla sua tesi dottorale.

Sceglie di non tornare a Gottinga, ma di fermarsi a Breslavia. Per lei la tesi è un banco di prova fondamentale. Come avevamo, a suo tempo, avuto modo di dire, Edith non vuole semplicemente laurearsi, ma vuole provare a se stessa se è in grado di condurre una sua propria ricerca in campo filosofico, se è capace di realizzare qualcosa di assolutamente personale. Per questo, pur stimando il suo M° Husserl, desidera lavorare in maniera parzialmente autonoma. Proprio all’inizio del 9° capitolo scrive:

 

“Ma era anche piacevole per me lavorare in solitudine e libera da influenze, senza alcuna interruzione causata da indesiderati rendiconti al maestro”.

 

E’ molto interessante questo suo dire, che dimostra quanto bisogno di autonomia c’è in Edith.

In realtà il restare a Breslavia è anche motivato dal fatto che, pur essendo rientrata dal servizio di volontaria, ha comunque lasciato la disponibilità al richiamo, casomai si fosse presentata la necessità.

Edith apre poi una parentesi molto interessante circa i sei mesi trascorsi in ospedale militare. Se da un lato effettivamente si è trovata a vivere una profonda solitudine, dall’altro lato i suoi giorni erano confortati da una abbondante corrispondenza sostenuta con i fenomenologi di Gottinga, che erano tutti al fronte.

A scriverle è innanzitutto il M° Husserl. Così Edith racconta:

 

“ I rapporti con lui non avevano sofferto della lontananza, anzi erano diventati addirittura più calorosi e affettuosi. Lui, che aveva lasciato che i suoi due giovani figli raggiungessero il battaglione dei volontari di Gottinga, si mostrava pieno di comprensione per la mia decisione di fare l’ausiliaria sanitaria. Seguiva la mia attività con la più affettuosa partecipazione, mi scriveva lunghe lettere con la sua grafia bella, fine e accurata e ricacava la più grande gioia dai miei racconti. Era anche commosso dal fatto che mi trovassi in Moravia, sua terra natia. Subito mi chiese se da Weisskirchen si poteva vedere l’Alvater, che gli era familiare dal suo paese di nascita, Prosnitz. Naturalmente, per me era sempre una festa ricevere una lettera dal maestro. Fui molto addolorata quando un giorno dovetti constatare che ne era andata perduta una”.

 

Le lettere più lunghe sono invece quelle che le scriveva Kaufmann, che vive un servizio militare assai duro, svolto con grande coscienziosità, ma con poca soddisfazione in quanto a promozioni sul campo, perché non andò oltre il grado di caporale. 

Diversa la carriera militare di Reinach, che in breve tempo passa da semplice cannoniere a sottotenente; egli però si trova assolutamente a disagio fuori dalla sua cerchia di intellettuali; inoltre dice di non avere acquisito ancora sufficiente sicurezza come filosofo fenomenologo, quindi teme che la lunga interruzione dagli studi possa nuocergli. Per questo motivo Edith prende accurati appunti durante il seminario di Husserl sulla logica, li fa dattiloscrivere da sua sorella Freida e li invia al fronte, sia a Reinach sia a Kaufmann.

Completamente diverso l’amico Hans Lipps, a cui Edith dedica righe piuttosto interessanti.

Ecco cosa scrive:

 

“Per lui, il normale ordine borghese era una camicia di forza, di cui si era spogliato con gioia. L’elemento imprevedibile della guerra gli era così congeniale che un giorno, durante una licenza, disse: «Cosa farò, se scoppia la pace?». Il suo rapporto con la filosofia era tanto organico, che nessun ambiente diverso, od occupazione potevano disturbarlo. Come poteva concedersi di studiare scienze naturali e medicina e per certi periodi esercitare anche la professione di medico, senza che la sua evoluzione filosofica ne soffrisse, così era in grado di lavorare bene in trincea, come avrebbe fatto ascoltando la musica in un caffè, o in un locale da ballo a Gottinga o a Dresda.. Nelle sue lettere c’erano quasi sempre poche frasi; con la sua scrittura grande - che non era decifrabile dagli inesperti, ma in cui ogni lettera era un ornamento - dava tuttavia un intero arco di vita. Husserl diceva che non c’era niente dentro quelle lettere. Effettivamente non si poteva trarne nulla riguardo alla situazione di guerra. Ma per me quelle poche righe significavano molto: davano sempre un quadro fedele della sua esistenza. Ora raccontava di un grillo che abitava nei pressi della sua trincea e con il quale spartiva i suoi cioccolatini; ora di una piccola civetta che aveva catturato in una chiesa; la chiamò Rebecca e la tenne con sé per molto tempo. Era la sostituta della civetta di nome Carusa che aveva lasciato a dresda da sua madre. La signora Lipps le dava da mangiare canarini, così come le era stato ordinato. Quando non riuscì ad averne più, decise a malincuore di abbandonarla. Andò in taxi con Caruso fino alla brughiera di Dresda e la lasciò là, andandola a trovare poi di tanto in tanto. Un pacchetto inviatogli per posta militare poteva rendere felice Lipps. Una volta scrisse: «Lei ha un’incredibile precisione di tiro nel riuscire a trovare esattamente ciò di cui ho bisogno». Erano molte cose diverse: ora una silografia giapponese, ora un paio di trattati sulla teoria delle relazioni, spesso soltanto buoni cioccolatini e altri dolciumi”.

 

Al di là della diversità di prospettiva tra Edith e Husserl nell’attendere le notizie dal fronte, non si può non rilevare la sintonia di Edith con Hans Lipps, quanto sia interessata a lui e quindi al suo mondo, quanto goda nel ricevere le sue lettere perché dicono lui (e non perché danno notizie del fronte di guerra o perché parlano del comune interesse filosofico). Anche Hans non è insensibile, si sente colto nel suo centro da Edith.

 

Stando a Breslavia, Edith ha modo di frequentare anche le sue vecchie amicizie.

L’amica Lilli, ormai ginecologa avviata, assai stimata negli ambienti ebraici benestanti.

Poi il dottor Moskiewicz, tenuto lontano dalla filosofia e dalla psicologia dal suo lavoro con i malati di mente, attività assai estenuante che lo logora non poco; a questo si aggiunge anche il faticoso rapporto affettivo con Rose, che non riusce a chiedere in moglie. D’altro canto anche lei non è in grado di chiarirsi nei suoi affetti e altalena sempre tra lui e un giovane amico matematico.

Assai più dettagliato è il racconto invece delle tristi vicende dell’amica Toni Meyer, affetta da un disturbo bipolare dell’umore che aveva fatto capolino all’età di 16 anni, ma che con il passare del tempo è diventato purtroppo sempre più invalidante.

Un’ultima descrizione riguarda invece Nelli Courant, moglie del cugino Richard: la coppia aveva ospitato Edith a Gottinga per qualche tempo. Come fulmine a ciel sereno, Nelli fa l’annuncio a Edith, alla mamma di lei e alla cara zia Mika della decisione di porre fine al matrimonio appunto col cugino Richard. Edith non si sottrae a un ascolto attento dei racconti di Nelli, ascolto rispettoso, anche se non esita a esprimere la sua personale opinione, cioè che i motivi addotti per la separazione non sono così gravi da giustificare la fine del matrimonio.

Nonostante una certa qual vita relazionale non manchi, Edith a Breslavia è però principalmente assorbita dal suo lavoro sulla tesi di laurea. 

Così scrive:

 

“In questo periodo, in cui ero assillata da tante cose umane che mi colpivano nel più profondo del cuore, chiamai a raccolta tutte le mie forze per portare avanti il lavoro che già da due anni mi gravava come un peso sull’anima. Ogni volta che a Weisskirchen avevo sfogliato il gran mucchio di riassunti e di bozze, ero stata veramente in pena. E il terribile inverno 1913-1914 non era stato ancora dimenticato. Ora misi risolutamente da parte tutto ciò che veniva dai libri e cominciai dal principio: una ricerca obiettiva sul problema dell’intuizione secondo il metodo fenomenologico. Oh, com’erano diverse le cose rispetto al passato! Certo, ogni mattina mi sedevo alla scrivania piena di paura. Ero come un puntino minuscolo in uno spazio infinito - da questa immensità sarebbe arrivato qualcosa che potessi afferrare? Sprofondavo indietro nella mia sedia e mi concentravo con uno sforzo doloroso su quella che era per me la questione più urgente. Dopo un poco era come se sorgesse la luce. Ero per lo meno in grado di formulare la domanda e trovavo delle vie per incalzarla. E non appena una cosa mi appariva chiara, nuove questioni si aprivano, secondo diversi aspetti («nuovi orizzonti», era solito dire Husserl). Accanto ai fogli di bella copia, sui quali scrivevo il testo vero e proprio, tenevo sempre un foglietto su cui annotavo tutte le domande che sorgevano e che dovevano essere discusse tutte al loro posto. In questo frattempo riempivo pagine su pagine, avevo caldo ed ero rossa per il gran scrivere, mentre uno sconosciuto sentimento di felicità mi invadeva. Quando venivo chiamata per il pranzo, era come se tornassi da un altro mondo. Spossata, ma piena di gioia, scendevo dabbasso. Mi stupivo delle cose che ora conoscevo; cose delle quali, solo qualche ora prima, non avevo idea; ed ero felice dei molti fili che avevo allacciati e che potevo poi riprendere in mano. Ogni giorno era come un nuovo regalo che continuava. E andavo sempre avanti; tre mesi filati, circa. Poi fu come se qualcosa si fosse staccato da me e avesse acquistato una sua esistenza. Dovevo ancora riesaminare, dar conto dei dettagli e completarli; dovevo soprattutto leggere ancora molta letteratura e ripensarla criticamente con l’aiuto di ciò che avevo elaborato personalmente. Ma tutto ciò era pur sempre come ritoccare un quadro che era un tutto completo”.

 

Sono righe commuoventi, piene di pathos. 

Innanzitutto emerge con evidenza quanto per Edith scrivere la tesi non è semplicemente fare una sorta di opera di collage tra quanto scritto da altri, magari filosofi e psicologi rinomati. Non teme di mettere in gioco la propria mente e la propria interiorità per produrre qualcosa di suo, di originale, di assolutamente personale. Non lo fa per altri, lo fa come risposta al suo bisogno di ricerca interiore, ma per gli altri, persino per la comunità scientifica, sarà un contributo di fondamentale importanza. Nessuno, dal 1916 in poi, può approcciarsi al tema dell’empatia prescindendo da Edith Stein e dalla sua tesi di laurea. Il suo sprofondare indietro nella sedia, il suo sedersi paurosa al tavolino, il suo percepirsi puntino minuscolo nello spazio infinito hanno fatto sì che una pietra miliare del pensiero venisse posta. Di questo coraggio dobbiamo esserle immensamente grati.

Inoltre qui abbiamo una evidente testimonianza di come quello che spesso viene definito “lavoro intellettuale”,  talvolta contrapposto a quello “materiale” , con un frequente filo di ironia, quasi a dire che ben a poco serve per la concretezza del quotidiano vivere, ha in realtà in sé una forza rivoluzionaria proprio dentro la vita di tutti i giorni. Proprio Edith ce lo testimonia dicendo che lei stessa era sorpresa delle cose che veniva a conoscere. Non si trattava di nozioni astratte, bensì di uno sguardo diverso alle cose di sempre, uno sguardo capace di spingersi più in profondità, per cogliere l’essenza delle cose a partire non dagli schemi mentali e dai pregiudizi con cui approcciamo il reale, ma con apertura di mente e di cuore, per poter cogliere come le cose ci vengono incontro; ancora, non uno sguardo monolitico e statico, ma capace di mutare posizione, per cambiare la prospettiva. Qui si apre l’immenso campo dell’empatia, vista nel contesto fenomenologico. Il discorso ci porterebbe assai lontano. Lo faremo, tra non molte puntate, appena termineremo la biografia di Edith. Per ora ci basti almeno correggere quella meschina distorsione mentale che ci fa ritenere spesso il lavoro intellettuale come avulso dalla realtà. Al contrario, quando esso è autentico, conduce proprio alla concretezza stessa del vivere, certo a una profondità maggiore rispetto al banale scorrere dei giorni. 

 

Edith trascorre questi mesi, abbiamo detto, a Breslavia. Il rientro di Reinach a Gottinga per alcuni giorni di congedo è occasione per lei di ritornare nella cittadina amata, anche perché espressamente invitata per le feste di Natale.

Edith trascorre giorni sereni in compagnia dei coniugi Reinach e di altri amici, in un contesto assolutamente familiare e a lei consono. 

Ha modo anche di frequentare gli Husserl e al Maestro sottopone il suo lavoro. Da lui riceve un forte incoraggiamento a proseguire, per cui Edith prosegue sicura e spedita.

Mentre è a Gottinga, incontra anche il cugino Richard, che desidera condividere con lei la fatica della separazione dalla moglie Nelli. Parlano a lungo; il racconto di lui è, ovviamente, diverso da quello precedentemente fornito da Nelli. Poco importante però è per Edith stabilire l’esattezza degli accadimenti; a lei è chiesto non di appurare la veridicità dei fatti, ma di stare accanto alle persone, così come sono, con il loro carico di sofferenza e di disagio. Anche questo è per noi motivo di interessante riflessione. Quante volte ci capita di incontrare persone che ci domandano ascolto… E’ sempre forte la tentazione di analizzare le parole che ci vengono affidate, di stabilire torti o ragioni, di sentenziare… Molto spesso invece l’atteggiamento corretto è semplicemente quello della accoglienza della persona così come è e dell’ascolto. Non ovviamente un ascolto banale e superficiale, bensì un ascolto “empatico”. Anche di questo parleremo approfonditamente, perché è una delle eredità di preziose che Edith ci ha lasciato.

Tornando alla autobiografia, dopo la breve parentesi a Gottinga, Edith torna a Breslavia per proseguire il suo lavoro di stesura della tesi.

Un giorno riceve una lettera dal direttore sostituto della Viktoriaschule, la scuola superiore frequentata da lei e dai suoi fratelli e sorelle. E’ una richiesta di insegnamento, una supplenza per le materie di latino e di germanistica. Edith è titubante: da una parte non ha mai insegnato, dall’altra teme di sottrarre tempo al suo lavoro scientifico. Alla fine accetta. Così dice:

 

“Pur essendo completamente digiuna di una qualsiasi preparazione pedagogica, cominciai il mio compito senza eccessivo timore”.     

 

Indubbiamente Edith può far leva sulla sua preparazione e competenza riguardo alle materie; l’insegnamento non è però solo una questione di trasmissione di concetti, è relazione con l’alunno e la classe. Anche qui però Edith non è sfornita: ha riflettuto sulla sua esperienza scolastica, ha fatto tesoro dei suoi anni sui banchi di scuola, ha rielaborato le relazioni con gli insegnanti via via incontrati. Anche se non possiede perciò una formazione prettamente pedagogica, la sua ricca interiorità le permette di trovare la modalità adeguata per entrare in relazione con gli studenti affidati a lei. 

Questo incarico inoltre le fornisce materiale per immettersi nel circuito delle conversazioni familiari in maniera attiva. Se una volta ebbe a dire che effettivamente la filosofia offriva pochi argomenti di conversazione a tavola con i suoi fratelli e le sue sorelle, ora può annotare: 

 

“Mia madre aveva la speranza di avermi a casa stabilmente dopo una lunga separazione. Inoltre, ero nell’ambiente familiare della scuola in cui ero cresciuta. Ed era un’attività che si poteva seguire, di cui si poteva parlare a tavola, mentre i miei studi mi avevano portato in un mondo inarrivabile. Ero nuovamente nella cerchia delle vecchie amiche”.

 

L’impegno è però notevole e difficile risulta, agli occhi di Edith, riuscire a coniugare lavoro scientifico e insegnamento. Momentaneamente riesce, giusto il tempo della supplenza, ma subito scrive:

 

“In poco tempo persi circa dieci chili di peso. Per questo arrivai all’intima convinzione che alla lunga non era possibile conciliare l’insegnamento con il lavoro scientifico Per me era chiaro che avrei rinunciato senza esitare all’insegnamento (malgrado mi piacesse), se avessi avuto la speranza di poter fare qualcosa di buono dal punto di vista scientifico. Perciò, il giudizio di Husserl sulla dissertazione di laurea fu decisivo per la mia vita”.

 

Una sorpresa però attende Edith: a Husserl viene offerta la cattedra all’Università di Friburgo ed egli prontamente l’accetta, lasciando Gottinga! Per Edith la notizia è motivo di preoccupazione, ovviamente. Così racconta:

 

“Quell’improvviso trasferimento a Friburgo mandò all’aria i miei piani. Fino ad allora avevo contato di essere esaminata dagli stessi professori con cui avevo sostenuto l’esame di Stato, e di aver bisogno soltanto di una veloce ripetizione, perché all’esame di laurea, per ciò che riguarda le materie complementari, si esige molto meno che per la facultas docendi. Ora dovevo prepararmi a fare l’esamen con professori che non avevo mai conosciuto. Alla prima notizia della nomina di Husserl, gli avevo immediatamente scritto, chiedendogli se non potessi portare a termine al più presto la mia tesi e andare a Gottinga per sostenere l’esame. Ma lui rispose che non era più possibile. Dovevo soltanto finire con tutta calma l’opus eximium e poi andare a Friburgo. Là lo attendevano con la più grande gioia, e i nuovi colleghi sarebbero indubbiamente venuti incontro con uguale disposizione anche ai suoi dottorandi”.

 

Difatti così Edith farà, discutendo la tesi proprio a Friburgo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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