EDITH STEIN
EDITH STEIN

Del servizio all'ospedale militare di Mährisch-Weisskirchen

 

Il cap. 8 narra appunto il tempo da lei trascorso in Austria, alle prese con i malati e i feriti.

Superato l’esame di Stato, Edith si accinge a iniziare la sua ricerca per la tesi sull’empatia, con il M° Husserl; il Circolo Fenomenologico vive tempi di splendore: la seconda generazione di fenomenologi, che lo frequentano, è costituita da menti brillanti, quali, oltre a Edith, Hans Lipps e Roman Ingarden. Le esercitazioni tenute da Adolf Reinach forgiano le menti dei nuovi filosofi, permettendo loro di acquisire non solo un metodo filosofico, ma uno stile di pensiero e, soprattutto, di vita. 

Lo scoppio della 1° guerra mondiale, in un istante, cancella tutto questo. I maschi infatti partono tutti per il fronte, arruolati nell’esercito o come volontari. L’Università si svuota, i battenti chiudono, la questione bellica polarizza ogni cosa. 

Edith, il cui patriottismo e la cui sensibilità per la cosa pubblica abbiamo già avuto modo di conoscere, non può restare indifferente, chiusa tra le sue ricerche e i suoi libri. Si rende disponibile come crocerossina volontaria, frequenta il corso e approfondisce la sua preparazione frequentando l’ospedale ove lavora la sorella Erna. Dopo qualche mese di attesa, viene chiamata per iniziare il suo servizio: destinazione l’Ospedale Militare di Weisskirchen, in Austria. E’ un ospedale per malattie infettive. 

La mamma di Edith non esita a opporre resistenza, preoccupata e protettiva come sempre. Edith però è risoluta. Ecco cosa racconta:

 

“Mia madre dichiarò con tutta la sua energia: «Col mio consenso non andrai». Replicai a mia volta con la stessa determinazione: «Allora dovrò farlo senza il tuo consenso». Questa brusca risposta fece addirittura trasalire le mie sorelle. Mia madre non era abituata a una simile resistenza. Arno o Rosa le avevano detto spesso parole anche peggiori. Ma accadeva sempre durante un’esplosione di collera, mentre erano fuori di sé, e la cosa veniva presto dimenticata. Stavolta, invece, si faceva davvero sul serio. Mia madre non disse più una parola e per qualche giorno fu silenziosa e depressa - uno stato d’animo che solitamente si propagava per tutta casa. Ma quando cominciai a fare i preparativi, lei si incaricò di provvedere all’occorrente per il piccolo corredo da infermiera, come se fosse una cosa ovvia”.

 

E’ molto interessante questo passaggio perché dimostra come Edith sappia gestire in maniera equilibrata la relazione con la madre: coglie le sue paure, comprende la sua apprensione, ma non si lascia condizionare dalle dinamiche affettive. Edith resta fedele alle sue scelte e porta a compimento la sua decisione, senza lasciarsi determinare da quell’atteggiamento un po’ ricattatorio della madre, cioè il suo vagare per casa silenziosa e depressa.

Non è solo in famiglia che Edith trova opposizione. Prima di partire infatti Edith va a comunicare il posticipo a data incerta del suo esame di greco presso il collegio scolastico provinciale. Qui incontra il consigliere segreto Thaleim. Ecco come Edith riporta la conversazione con avuta con lui:

 

“Era un uomo temuto, severo e serio. Quando sentì il motivo del rinvio divenne visibilmente scontento, ma non disse nulla per il momento. Solo mentre me ne stavo andando, mi fece tornare indietro. «I suoi genitori sono d’accordo?». «Mio padre è morto ormai da tanto tempo. Mia madre non è d’accordo». Balzò su vivacemente. (Aveva anche lui una figlia della mia età, che conoscevo dai tempi della scuola). «Naturale che non è d’accordo. Io non avrei niente da dirLe, ma poiché non ha più Suo padre, mi sento in obbligo di metterla in guardia. Lei sa come vanno le cose negli ospedali militari?». Non lo sapevo; ma se le cose andavano come lui diceva - ci si esponeva a pericoli di tipo morale e che le infermiere non godevano di una buona reputazione -, era terribilmente triste e solo ora trovai veramente necessario che questi posti fossero occupati da persone serie. Sicché ringraziai il consigliere segreto con sincera cordialità (tradiva comunque una grande bontà d’animo il fatto che si fosse preoccupato in quel modo per me), ma non mi lasciai sviare minimamente dalla mia decisione”.

 

Anche questo passaggio è molto interessante: Edith ha maturato la scelta di sospendere momentaneamente gli studi per porsi a servizio della Patria in nome di alti ideali. Viene a conoscenza di una concretezza meschina e volgare, ma resta fedele alla sua idealità; anzi, si sente ancora più in dovere di porsi in loco con uno stile diverso, come a dare il suo contributo perché siano i valori alti a segnare il passo, sempre e comunque. 

Questo in nome di una moralità assolutamente laica, perché in questi anni Edith, ebrea di sangue ma lontana dalla sinagoga e dalle tradizioni dei padri, è ancora lontana anche dall’incontro con il Signore Gesù. Questo a dire come la legge naturale è insita in ogni uomo, ne anima la coscienza e lo rende assolutamente in grado di distinguere il bene dal male. La scelta perciò di fare il bene e di evitare il male è affidata esclusivamente alla libera volontà dell’uomo, uomo che ha in sé, anche a livello naturale, cioè basandosi esclusivamente sulle sue sole forze, la capacità di vivere in maniera moralmente adeguata.

Il 7 aprile 1915, alle 6 del mattino, Edith è in stazione, pronta a partire. Qui, insieme a due ragazze provenienti dalla Sassonia, riceve il distintivo delle ausiliarie: una spilla, in smalto e il fiocchetto nero con una croce rossa in campo bianco. Col treno raggiungono il paese austriaco, poi con la carrozza arrivano alla sede dell’Ospedale Militare, un grande edificio che, in tempo di pace, era sede dell’accademia militare di cavalleria e ospitava, oltre alle abitazioni degli ufficiali, anche un liceo scientifico.

Essendo mezzogiorno, Edith e le sue due compagne vengono condotte in refettorio per il pranzo. Dopo di che vengono condotte in un grande dormitorio e viene loro assegnato un letto.

Nel pomeriggio Edith viene ricevuta da Sorella Margherita, la responsabile dell’ospedale, persona piccola ma assai energica, che con grande fatica aveva organizzato l’ospedale. Ancora prima che arrivassero gli aiuti infatti erano giunti i malati di colera, che aveva accolto e sistemato praticamente da sola, soprattutto a motivo del cattivo rapporto con il direttore, di nazionalità ceca. La popolazione del luogo era per la maggior parte di origine ceca e animata da sentimenti fortemente anti-tedeschi, mentre la maggior parte delle infermiere e delle ausiliarie provenivano proprio dalla Germania, cosicché le relazioni erano spesso tese e gli aiuti e le beneficenze pressoché nulle.

Edith viene destinata al reparto dei malati di tifo, malati gravi. Ogni corsia aveva assegnato un medico, due infermiere professionali, due ausiliarie, due sorveglianti per i lavori domestici e un rappresentante della milizia territoriale. In ogni corsia 60 ammalati.

Esonerata il giorno del suo arrivo, Edith inizia il suo servizio il giorno seguente. 

Qualche giorno dopo, alle orecchie di Edith giunge la notizia di una “festa” che sarebbe stata data nella grande scuola di equitazione, una delle costruzioni all’interno dell’Ospedale Militare. Motivo della festa il saluto al medico polacco di una delle corsie dei malati di tifo, che sarebbe stato trasferito in un altro ospedale militare. Edith, come abbiamo già avuto modo di sapere, non ama particolarmente queste feste e non sarebbe intenzionata a parteciparvi - inoltre nemmeno conosce il dottore in partenza! -, ma la sua diretta superiora, infermiera Loni, le consiglia di andarci, altrimenti avrebbe suscitato una impressione sgradevole presso gli altri membri del personale sanitario. Così Edith vi prende parte. Essendo l’ultima arrivata, diviene il centro della attenzione, soprattutto quando fa tam-tam la notizia dei suoi studi filosofici. Gli alcolici però fanno presto svanire l’interesse per i “discorsi colti”. Edith può togliersi dal centro dell’attenzione… e, appartata, assiste al primo spettacolo molto poco edificante. Ecco come lo descrive:

 

“Più i bicchieri di liquore venivano vuotati e più il tono diventava libero. Infine me ne stetti seduta in completo silenzio a osservare con tanto d’occhi quello che mi succedeva intorno. Un dottore, tenendo ferma la testa di una infermiera che non poteva più bere, le dava da bere il liquore. Mi sentivo sempre meno a mio agio. Che cosa sarebbe accaduto ancora?”. 

 

Il proseguo della festa non è che una degenerazione… Così Edith conclude:

 

“ Non mi era accaduto nulla, nessuno mi aveva rivolto parole offensive. Ma il disgusto mi faceva ancora tremare insieme con l’indignazione che una cosa simile fosse accaduta sotto lo stesso tetto degli ammalati gravi. Non esisteva neppure la possibilità di fuggire in una corsia; fuori dall’orario di servizio infatti non potevamo entrarvi. Il giorno dopo tutte le infermiere (solo le infermiere professionali, non le ausiliarie) interessate vennero convocate dalla superiora. Ricevettero certo un severo rimprovero”.

 

Durante la festa, Edith era stata avvicinata proprio dal dottore polacco in partenza. Con lui ha uno scambio di battute. Eccole:

 

“Improvvisamente udii qualcuno che parlava sussurrando alle mie spalle. Mi voltai, sorpresa. Dietro la mia sedia c’era il cavaliere polacco, di cui eravamo ospiti. All’inizio ci avevano presentati, ma poi non lo avevo più notato. Era molto irritato. «Sorella, cosa penserà di me?». Io ero molto turbata. Come dovevo rispondere? «Dopo questa sera non mi formerò alcun giudizio», dissi rassicurante. Probabilmente noi due eravamo le uniche persone sobrie in quella stanza. Lui mi aveva certamente osservato e aveva letto sul mio viso in che stato d’animo mi trovavo. E per lui era evidentemente una pena vedermi in quell’ambiente. Pensai al buon consigliere segreto Thalheim: le infermiere in genere erano ritenute selvaggina?”.

 

Questo sentire dell’atea Edith dimostra con evidente chiarezza che la morale, prima ancora di essere un dato religioso, è una questione di dignità personale…

Chiusa la parentesi della festa, Edith presta alacremente servizio in corsia. Così scrive:

 

“Con le altre infermiere andavo d’accordo. Erano abili e diligenti nel loro lavoro, anche se davano l’impressione che fossero motivate più dall’ambizione che dall’amore verso il prossimo. Sembrava che mi trovassero simpatica. Io ero contenta per ogni servizio che mi veniva affidato, ma sostituivo volentieri anche le altre quando erano occupate”.

 

E più oltre:

 

“La cosa che preferivo era il contatto con i pazienti, anche se presentava qualche difficoltà. Nel nostro ospedale erano rappresentate tutte le nazioni della monarchia austro-ungarica: tedeschi, cechi, slovacchi, sloveni, polacchi, ruteni, ungheresi, rumeni, italiani. Anche gli zingari non erano rari. A questi si aggiungeva talvolta un russo o un turco. Per la comunicazione tra il medico e i pazienti c’era un libriccino contenente le domande e le risposte che ricorrevano quotidianamente, in nove lingue, che divenne familiare anche per me. (…) Ci sarebbero state maggiori difficoltà se la gente avesse avuto bisogno di fare conversazione. Tuttavia la maggior parte di essi erano in una condizione che escludeva tutto ciò. Il loro completo abbandono e il bisogno di assistenza mi rendeva particolarmente caro il mio lavoro”.

 

Nelle pagine seguenti poi Edith fa una acuta - ma anche triste - analisi delle dinamiche relazionali che vengono poste in atto non solo tra personale sanitario e malati, ma anche tra i degenti stessi, a partire esclusivamente dalla nazionalità: uno sguardo cioè non rivolto alla persona nella sua unicità, ma prendendo in considerazione il popolo di appartenenza, quasi a massificare l’identità di ognuno. Una dinamica di ieri, come di oggi purtroppo.

Edith ha una personalità molto forte, ormai lo sappiamo; ha idee chiare e non scende a compromessi con la sua coscienza. Questo la fa diversa da molti e il prezzo che paga è un certo qual isolamento. Lei stessa lo annota:

 

“Con tutte le infermiere avevo rapporti cortesi e camerateschi, pur tenendomi a una certa distanza da loro. A ciò mi avevano portato le esperienze fatte durante quella “serata di festa” e altre cose che osservai in seguito. Sicché intimamente ero veramente sola”.

 

La situazione fortunatamente cambia quando arriva Suse Mugdan, anch’ella di Breslavia. Così Edith scrive:

 

“Quanto fui felice, poi, quando andai a salutarla. Ci eravamo parlate una sola volta a Breslavia, ed eravamo entrambe di indole riservata, sicché in qualsiasi altro luogo non saremmo diventate certamente così intime. Ma qui familiarizzammo subito. Oh che ristoro era per me sapere che c’era in casa una persona di tale purezza d’animo, di così saldi principi e sentimenti delicati e profondi! Anche per lei fu un grande aiuto che io mi trovassi lì. Da sola, per lei sarebbe stato ancora più difficile che per me. (…) Con la sua purezza e lealtà di spirito, le ripugnava una conversazione che non fosse dettata da convinzioni profonde. (…) Di tutte queste cose parlavamo in tutta sincerità e schiettezza fra noi. Tuttavia, non ci demmo del «tu» per tutto il tempo che restammo a Weisskirchen. La goffa familiarità con la quale le altre infermiere si davano del tu senza avere qualcosa in comune intimamente, ci portò a mantenere il «Lei» come segno di stima reciproca. Ciò accadde del tutto spontaneamente: non ci fu bisogno di scambiarsi neppure una parola in proposito”.

 

Abbiamo veramente tutti bisogno di rapporti umani, perché siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, che è Trinità, relazione. La solitudine costante genera sofferenza acuta. Tuttavia il bisogno va sempre coordinato con il discernimento, è necessario scegliere attentamente le persone che vogliamo frequentare, perché le relazioni devono essere un aiuto nel cammino verso una sempre più piena crescita umana, non verso un impoverimento e un degrado di noi stessi.

Dopo due settimane al reparto di tifo, a Edith viene affidato il turno di notte, che consiste, per 14 giorni, prestare il servizio dalle 7 di sera alle 7 di mattina, riposandosi poi durante il giorno.

Edith è particolarmente contenta di questo e così annota:

 

“Il turno di notte mi andava particolarmente a genio, perché così si aveva a che fare solo con i pazienti, e non con le altre infermiere e il resto del personale. In un reparto di chirurgia, dove lavorai in seguito, c’era una scultrice di Vienna che faceva solo il servizio notturno per potersi dedicare esclusivamente ai feriti senza impedimenti causati da spiacevoli contrasti. Io mi attenni all’ordine consueto e mi accontentai delle due settimane”.

 

E’ durante i turni notturni che Edith vede da vicino la morte. C’è una descrizione molto toccante:

 

“Ora dovevo fare ciò che ci era prescritto in casi del genere: raccogliere i pochi oggetti che aveva ancora con lui per consegnarli all’Amministrazione militare (…); chiamare il dottore e farmi rilasciare il certificato di morte; andare dal guardaporte con il certificato e far venire gli uomini con una barella a portar via il morto; infine togliere tutta la biancheria dal letto. Mentre stavo ordinando le sue poche cose, un foglietto cadde fuori dal suo taccuino: sopra c’era una preghiera per la conservazione della sua vita che la moglie gli aveva dato. Ciò mi colpì profondamente. Solo in quel momento capii che cosa avrebbe significato quella morte dal punto di vista umano”.

 

Nelle pagine seguenti poi Edith prosegue nel racconto di casi che si è trovata a fronteggiare, situazioni da gestire… ma certo con una consapevolezza diversa dopo la morte di quell’uomo: non  appunto “casi” o “malati”, ma persone, ciascuna con un volto, una storia, un nome proprio…

L’introduzione della vaccinazione contro il tifo anche in Austria fa sì che anche i malati diminuiscano e il reparto si svuoti. 

A Edith spettano 15 giorni di ferie: ne approfitta, oltreché per riposarsi, per stendere un primo abbozzo di tesi. Al termine, chiede il trasferimento in un altro reparto, in modo da poter continuare a prestare il suo servizio. Viene destinata al reparto di chirurgia, che accoglie i feriti di guerra. Il lavoro è parecchio ed Edith non si risparmia, fino allo sfinimento. 

Il contratto prevede un servizio di sei mesi. Gli ultimi tempi per Edith, oltreché faticosi fisicamente, sono anche tormentati: da un lato vorrebbe proseguire il servizio, dall’altro si interroga se è giudizioso interrompere il suo impegno scientifico per tanto tempo. Oltretutto per l’assistenza ai malati ci son o molte forze a disposizione, la sua presenza non è indispensabile. Alla fine sceglie di lasciare Weisskirchen, ma dando la disponibilità per il richiamo se ce ne fosse stato bisogno.

Tornata a Breslavia, Edith dà gli esami come infermiera, in modo da poter eventualmente ritornare a prestare servizio, ma non più come ausiliaria.

Dopo di che si immerge nello studio del greco, per poter sostenere l’esame. La aiutano il cognato di Suse e sua moglie, cosicché Platone e Omero divengono pane quotidiano per le sue esercitazioni di traduzione. Sostiene quindi l’esame scritto e orale di greco e al suo attestato di maturità scientifica viene aggiunto che, con l’esame integrativo di greco, ottiene la maturità del liceo classico.

Dopo poco torna a Breslavia anche Suse. Con queste parole Edith termina il cap. VIII:

 

“Non avevo ancora ricevuto una chiamata da Weisskirchen. Al suo posto arrivò - probabilmente già a ottobre - Suse Mugdan, con la notizia che l’Ospedale Militare era stato sciolto. Da che la Galizia era stata liberata dai russi, Weisskirchen non apparteneva più alle retrovie e l’Accademia militare doveva tornare alla sua precedente funzione. Suse e io ci mettemmo nuovamente a disposizione della Croce Rossa, per trovare impiego in un altro luogo, ma non ricevemmo mai un’altra convocazione”.

 

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