EDITH STEIN
EDITH STEIN

Vocazione dell'uomo e della donna secondo l'ordine della natura e della grazia

La conferenza “Vocazione dell’uomo e della donna secondo l’ordine della natura e della grazia” viene tenuta il 30 ottobre 1931, alle ore 20, presso l’aula magna sant’Orsola delle Suore Orsoline. L’incontro è organizzato dall’Unione Universitarie Cattoliche. 

Edith giunge ad Aquisgrana dopo un tour per la Renania-Westfalia che l’ha tenuta occupata dal 13 al 30 ottobre: scrivendo all’amico filosofo Roman Ingarden, gli racconta infatti di aver tenuto 15 conferenze in 15 città diverse, la maggior parte delle quali aventi per tema la commemorazione di S. Elisabetta di Turingia (o più comunemente conosciuta come “S. Elisabetta d’Ungheria”): é infatti il VII centenario della sua morte. 

La conferenza ad Aquisgrana sembra essere dunque l’unica variazione del tema in questo ciclo di conferenze.

Edith apre il suo parlare con una precisazione terminologica molto importante circa il termine “Beruf” utilizzato; la scelta di chiarire da subito il contenuto esatto delle parole che si adoperano è essenziale per poter garantire la corretta interpretazione di quanto si andrà poi affermando, soprattutto quando i termini sono ambigui, o caricati di significati impropri, o svuotati del loro contenuto originario. Quest’ultimo è il caso esatto del vocabolo “Beruf”. Ai tempi di Edith esso veniva utilizzato per indicare ad esempio la scelta professionale che si intendeva abbracciare, al termine del percorso di studi; nel comune discutere, entrava in gioco a proposito dell’opportunità o meno per le donne di entrare nel sistema lavorativo extra-domestico (Berufsleben). Il contenuto originario emergeva solo nei casi in cui si intendesse per esempio la vocazione religiosa: qui infatti risulta evidente che la professione (Beruf) è risposta a una chiamata (berufen). In realtà, anche fuori da una prospettiva religiosa, la questione dell’essere chiamati è sempre presente; basti pensare all’essere chiamati a occupare una certa cattedra di insegnamento, piuttosto che a un ricoprire uno specifico incarico. Ogni volta perciò che si sceglie di utilizzare il termine “Beruf” è importante tenere presente questa precisa colorazione della parola, cioè: chiamata percettibile da qualcuno, a qualcuno, per qualche cosa.

Edith scava in profondità su questo termine e scrive:

“La chiamata a opera di una istituzione umana , dunque, ne presuppone evidentemente un’altra che quegli uomini credono di riconoscere e di cui si fanno portavoce: «portato [berufen] per doti naturali e preparazione». Alla sua formazione hanno lavorato lui stesso e molti altri, volontariamente e senza volontà consapevole, ma essa è cresciuta sulla base delle sue «doti», nel senso più ampio del termine: tutti i doni che egli ha portato con sé nella vita. Nella «natura dell’uomo», perciò, è già insita la sua chiamata e la sua vocazione, ovvero l’attività e il lavoro al quale è destinato; poi il corso della vita la fa maturare e la fa comprendere chiaramente agli altri uomini, così che questi possano effettuare la «chiamata» [Ruf] mediante la quale, nel migliore dei casi, ciascuno può trovare il «suo posto» nella vita. La «natura dell’uomo» e il «corso della vita», però, non sono un dono e un gioco del caso, ma - considerati con gli occhi della fede - opera di Dio. E dunque, in fondo, chi chiama è Dio stesso. E’ Lui che chiama: ogni uomo a ciò cui ogni uomo è chiamato, ogni singolo a ciò cui ogni singolo è chiamato in modo totalmente personale; e, inoltre, l’uomo in quanto uomo e la donna in quanto donna a qualcosa di particolare all’uno e all’altra”.

Nella visione sintetica di Edith tra dimensione umana e dimensione soprannaturale, i piani non vengono mai confusi: ciò che è spirituale presuppone sempre ciò che è bio-psicologico e la partecipazione attiva della persona, in questo caso alla formazione, è sempre richiesta.

Dopo di che Edith evidenzia tre vie per le quali la chiamata giunge alla persona:

  1. attraverso la Parola di Dio, cioè l’Antico e il Nuovo Testamento
  2. nella natura dell’uomo e della donna, come la storia dimostra
  3. attraverso le esigenze del tempo in cui si vive

Nel 1° paragrafo Edith sviluppa il tema facendo riferimento alla Sacra Scrittura. Il 1° passo che prende in considerazione è Genesi 1,26-28 in cui si dice: 

Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».  E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra»”.

In questo primo racconto della Genesi si dice che Dio crea l’essere umano nella distinzione dei sessi (maschio e femmina), ma a entrambi, insieme, affida il triplice compito di essere immagine di Dio, di generare figli e figlie, di dominare la terra. Non vi è alcun accenno sul fatto che questi compiti debbano venir svolti in maniera diversa dai due sessi; vi è sottolineata solo la distinzione tra i due, null’altro. 

Nel libro della Genesi vi è però un secondo racconto in cui la descrizione della creazione dell’uomo è più dettagliata. E’ al capitolo 2. Vi si dice che Adam viene posto nel giardino di Eden, ove può nutrirsi di tutti gli alberi, tranne quello della conoscenza del bene e del male. Dopo di che vi è il suggestivo racconto della creazione della donna, nei versetti 18-25:

E il Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l'uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta». Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un'unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, e non provavano vergogna”.

La prima cosa che Edith evidenzia è perché è bene per l’uomo non essere solo: è stato creato a immagine di Dio, ma Dio è uno e trino ed è amore: è dunque indispensabile essere almeno in due per poter essere e vivere come nella Trinità.

La seconda sottolineatura riguarda il fatto che indubbiamente viene creato prima l’uomo e poi la donna, ma quest’ultima gli viene donata come compagna e come aiuto; dalla loro unione sarebbe poi germogliata la vita. Ciò indica che la loro relazione era il luogo della perfetta armonia nell’amore, in cui tutto di loro era al servizio della Vita, intesa nel senso più pieno e ampio del termine. 

Dopo la caduta, la situazione appare radicalmente cambiata.

Eva cede alla tentazione del serpente e induce Adamo al peccato. Dio chiede conto innanzitutto ad Adamo, il quale getta immediatamente la colpa sulla donna, accusando in un certo qual modo anche Dio, non fosse altro che perché è stato Lui a crearla e a porgliela accanto. Dio emette il suo giudizio prima sul serpente, poi sulla donna, ma anche sull’uomo (come a rifiutare l’accusa rivoltagli).  La conseguenza è che cambia la relazione verso la terra, verso la discendenza e anche tra l’uomo e la donna: il tutto come conseguenza del mutato rapporto con Dio. Il nodo centrale sta nella proibizione data da Dio di nutrirsi dell’albero della conoscenza del bene e del male. Scrive Edith:

Non si può ammettere in alcun modo che gli uomini prima del peccato fossero privi della cognizione del bene. Avevano una conoscenza di Dio più perfetta, cioè una conoscenza più perfetta del sommo bene e perciò anche di quella di tutti i beni particolari. Ma dovevano invece guardarsi da quella conoscenza del male che si acquisisce commettendolo. La conseguenza immediata del primo peccato ci offre un punto fermo per stabilire in che cosa esso sia potuto consistere: la conseguenza fu che l’uomo e la donna si guardarono con occhi diversi rispetto a prima, che perdettero l’innocenza nei loro reciproci rapporti. Perciò il primo peccato non dovette consistere, in modo puramente formale, nella disobbedienza a Dio; ciò che era stato loro proibito, ciò che il serpente aveva presentato in modo tanto allettante alla donna e la donna all’uomo, deve essere stato invece qualcosa contenutisticamente ben preciso, e cioè un tipo di unione reciproca che contraddiceva l’ordine originario”.

Mi permetto di far notare come, in questa ipotesi di spiegazione contenutistica del peccato originale, Edith attinge a piene mani a una certa tradizione ebraica che lo ritiene di natura sessuale; a partire anche dal castigo inferto da Dio, una parte dell’ebraismo ritiene che la redenzione della donna e il contributo che ella può dare alla redenzione del mondo passi proprio attraverso la generazione dei figli. Specifico però che il mondo ebraico è variegato, le correnti di pensiero sono molteplici  e le interpretazioni assolutamente diverse ritenute possibili e reciprocamente arricchenti. Prosegue poi Edith:

Il fatto, poi, che il tentatore si sia avvicinato per primo alla donna, potrebbe significare che poteva trovare in lei un accesso più facile, non perché la donna fosse in sé maggiormente incline al male (infatti, entrambi erano ancora liberi da tale inclinazione), ma perché quanto le era stato proposto aveva in sé un’importanza maggiore per lei. Si può ritenere che, fin da allora, la sua vita dovesse essere afferrata più fortemente da ciò che ha rapporto con la generazione e l’educazione della prole. A ciò fa pensare anche la diversità delle pene stabilite per l’uomo e per la donna”.

Una ulteriore sottolineatura che Edith fa riguarda il fatto che la testa del serpente viene schiacciata dalla donna e dalla sua stirpe. Classicamente vi si vede raffigurata la Madre di Dio, la Vergine Maria, e Suo Figlio, Gesù. Questa interpretazione però non ne esclude un’altra possibile: la particolare lotta contro il male affidata alla prima donna - e a tutte le donne che l’avrebbero seguita - per il recupero della vita. La modalità prima è proprio, come detto poco fa, la generazione della prole. Edith supporta la spiegazione riferendosi alla frase pronunciata da Eva quando partorisce il suo primo figlio: “Ho acquistato un uomo grazie al Signore” (Gen 4,1). E specifica Edith:

E’ come il presentimento di una benedizione che doveva esserle data nel figlio. E in questo anche in seguito le donne di Israele videro la loro vocazione: procreare una posterità che avrebbe visto il giorno della salvezza”.

In questo modo viene creato un legame tra peccato originale e Redenzione, perché dalla donna dipende il destino dell’intero genere umano: da Eva prima, dalla Vergine Maria, Madre di Dio, poi. 

All’inizio della creazione c’è una coppia, così all’inizio della Redenzione c’è nuovamente una donna e un uomo, uniti tra loro però da una relazione di maternità-figliolanza.

Citando poi i passi di Mt 19,1-12 e Mc 10, 1-12, Edith sottolinea come Gesù intenda riportare la relazione tra l’uomo e la donna all’ordine originario, liberandoli dal condizionamento del peccato originale.

E’ però in S. Paolo che si trovano affermazioni più dettagliate circa i rapporti redenti tra l’uomo e la donna. Senza timore, Edith affronta la lettera ai Corinzi al cap. 11, un passo assai controverso. Vale la pena leggerlo per esteso: 

Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L'uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell'uomo. E infatti non è l'uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo; né l'uomo fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo. Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli. Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l'uomo, né l'uomo è senza la donna.” 

Edith si affretta a sottolineare che acconciatura e moda riguardano il costume del tempo; la sua esortazione perciò è vincolante per la comunità da lui fondata, non certo per tutte le comunità di tutti i luoghi e di tutti i tempi! Diversamente invece il valore da attribuire alle parole dell’apostolo circa la relazione tra l’uomo e la donna: i due infatti sono chiamati a condurre insieme un’unica vita, come fossero un unico essere; all’uomo però, che è stato creato per primo, Paolo attribuisce il ruolo di guida della comunità domestica. Edith però fa seguire immediatamente parole molto forti, che leggiamo direttamente dal suo scritto:

Si ha tuttavia l’impressione che questa interpretazione non renda puramente l’ordine originario e quello della redenzione, ma che sia ancora influenzata dall’ordine della natura decaduta sia nel sottolineare il rapporto di dominio sia nel sostenere per l’uomo una posizione di intermediario tra il Redentore e la donna. Né il racconto della creazione, né il Vangelo conoscono una tale funzione mediatrice nei confronti di Dio. La conoscono bene, invece, la legge mosaica e il diritto romano”. 

Sono parole molto chiare, che non hanno perso di potenza nemmeno per i tempi attuali!

Edith prende poi in considerazione la lettera agli Efesini, al capitolo 5: 

“Le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è  sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell'acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito”.

Edith pone in evidenza come deve essere la comunità domestica nella prospettiva cristiana. Il paragone con Cristo e la Chiesa è però nell’ordine del simbolo. Se l’uomo è chiamato a essere capo della sua famiglia sul modello di Cristo, allora suo compito è fare in modo che ogni membro sviluppi i suoi doni e operi per il bene di tutti. Mentre Cristo elargisce doni alla Chiesa, l’uomo non può elargire doni ad alcuno, ma può certamente fare in modo che ciascuno possa diventare liberamente sempre più se stesso, sviluppando capacità e potenzialità; è perciò esclusa ogni forma di indebita ingerenza, di ostacolo, di condizionamento o di autoritarismo. 

Nella lettera a Timoteo invece Edith fa notare come Paolo parli ancora da giudeo, dominato dallo spirito della Legge:

“Allo stesso modo le donne, vestite decorosamente, si adornino con pudore e riservatezza, non con trecce e ornamenti d'oro, perle o vesti sontuose, ma, come conviene a donne che onorano Dio, con opere buone. La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull'uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza”.

Prontamente Edith commenta:

Ciò che qui si afferma, e che poteva essere opportuno in riferimento a particolari abusi delle comunità greche, non va inteso come vincolante per la visione fondamentale del rapporto tra i sessi. E’ troppo in contraddizione con le parole e con tutta la prassi del Salvatore, che tra i suoi più intimi aveva delle donne e che ha dimostrato in ogni momento con la sua opera redentrice che era venuto a operare non meno per le anime delle donne che per quelle degli uomini. E’ contrario anche a quell’espressione di Paolo, nella quale viene espresso forse nel modo più autentico lo spirito del Vangelo: «la legge è per noi un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo […] Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,4 ss)”.

Questa la riflessione di Edith a partire dalla Parola di Dio.

Conclude poi il paragrafo riassumendo brevemente quanto esposto.

 

La seconda riflessione riguarda invece la vocazione dell’uomo e della donna come è impressa nella natura del loro stesso essere e di cui la storia offre chiarimenti. 

Edith non dissocia la lettura storica dalla Parola di Dio. Dice infatti:

Nel tentativo di delineare la natura dell’uomo e della donna sulla base della conoscenza naturale, da un lato otteniamo una chiara esplicitazione di quanto viene indicato dalla Parola di Dio; d’altro lato, la Parola di Dio è per noi una guida per interpretare il materiale che la vita ci presenta. In questa troviamo infatti le tracce dell’ordine originario della creazione, del peccato originale e della Redenzione”.

Per quanto riguarda l’uomo, Edith dice che sia il suo corpo sia il suo spirito sono particolarmente adatti per la lotta e per la conquista. Questo corrisponde a quanto affermato nel libro della Genesi, in cui si dice che all’uomo è affidato il compito di assoggettare la terra, di esserne signore e re. 

Questo “assoggettare la terra” può essere esplicitato secondo le seguenti dinamiche:

  • sottometterla dal punto di vista cognitivo, cioè di di prenderne possesso usando gli strumenti dell’intelletto
  • godere per ciò che di bello e buono offre, essendone padrone
  • plasmarla, con azione creatrice

Il peccato originale però ha reso la natura umana fortemente limitata, cosicché l’uomo non riesce più a esercitare in maniera adeguata la sua sovranità sulla terra. Per quanto riguarda l’uomo, per lui è molto difficoltoso riuscire a tenere insieme quella modalità di conoscenza che deriva dalla manipolazione della terra con quella più teorica, legata all’utilizzo degli strumenti dell’intelletto. Se opta per uno, di necessità l’altro, non utilizzato, va in atrofia. La conseguenza è che la conoscenza è molto parziale, perché usufruisce non solo di un unico punto di vista - quello maschile appunto -, ma anche di un solo apporto, quello operativo o quello intellettuale. Un ulteriore limite alla vera conoscenza è il fatto che, sempre come conseguenza del peccato originale, la modalità conoscitiva è spesso poco rispettosa della terra stessa. Non è cioè animata da uno sguardo contemplativo. L’uomo non si pone come interlocutore del creato, ma come padrone che vuol trarre dalla terra il massimo possibile. Da qui lo sfruttamento insensato, l’accumulo, il non rispetto dei ritmi della terra, l’avidità e tutti quei disordini che conosciamo molto bene. Anche la relazione che l’uomo instaura con la donna non raramente si discosta dal progetto di Dio: anziché considerarla come l’aiuto postogli accanto, l’uomo trasforma la relazione in dominio. Essendo creata simile all’uomo, anche la donna ha le doti per conoscere, godere e plasmare la terra; in questo collaborare con l’uomo, in maniera complementare, riducendo oltretutto il margine di unilateralità conoscitiva che abbiamo poco fa evidenziato. Se però l’uomo si pone in una prospettiva di dominio nei confronti della donna, allora ell non può più essere complementare collaboratrice, ma solo mezzo utilizzato per raggiungere un fine, peraltro poco elevato, cioè la gratificazione dei propri bisogni, desideri e istinti, secondo le dinamiche della concupiscenza. 

Degenerato il rapporto tra uomo e donna, anche la relazione con i figli  non può che risultare intaccata. Indubbiamente infatti c’è anche qui una complementarietà di ruoli: se alla donna è affidato il compito della generazione, della cura e dell’educazione dei figli, all’uomo è particolarmente consono il compito di custodia della creazione, di cui la donna e i figli generati insieme sono la più nobile espressione. 

La complementarietà poi non è solo tra l’uomo e la donna, ma anche tra le generazioni. Dice Edith: “Ogni generazione, succedendo alla precedente, è chiamata a incarnare e a produrre qualcosa di nuovo e di particolare, e appartiene essenzialmente all’educazione una considerazione piena di rispetto per ciò che di nuovo e di particolare sta crescendo nella nuova generazione”.

La paternità dunque, come vocazione originaria, è alquanto elevata e specifica; sua degenerazione sono i rapporti sessuali visti esclusivamente come fonte di piacere, come anche l’esercizio brutale della custodia della donna e dei figli limitandola alla sola dimensione del corpo.

La fonte della degenerazione della vocazione dell’uomo è, secondo Edith, nella perversione del rapporto con Dio. Dice Edith:

L’uomo può adempiere alla sua vocazione più nobile, l’essere immagine di Dio, solo se cerca di sviluppare le proprie facoltà sottomettendosi umilmente alla guida di Dio: conoscere nelle forme e nei limiti ordinati da Dio; godere nel rispetto delle creature di Dio, ringraziando e glorificando Dio; operare per il compimento della creazione, così come Dio ha riservato alla libera iniziativa dell’uomo. Ciò significherebbe essere un’immagine finita della sapienza, della bontà e della potenza divina. Il non serviamo opposto a Dio ha come conseguenza il pervertimento delle relazioni verso tutto il creato”.

Tanto è per l’uomo, tanto è per la donna. 

Creata come abbiamo già detto per conoscere, godere e plasmare la terra, la sua fisicità è però meno possente. Prevale in lei certamente il secondo aspetto, unitamente a una modalità di conoscenza meno razionale e più “spirituale”, che la rende più attenta e sensibile nei confronti delle persone, in particolare di chi ha bisogno di aiuto e comprensione. La vocazione primaria della donna è evidentemente quella della maternità e solo dopo quella al dominio; anche in questo si evidenzia la complementarietà con l’uomo. Come per lui, anche per lei c’è il rischio della degenerazione della vocazione originaria. Scrive Edith:

Dato che la conoscenza astratta e l’attività plasmatrice sono per lei meno importanti del desiderio di possedere e di godere dei beni, c’è il pericolo che ella si leghi a questo soltanto e poi, se quel gioire dei beni che è pieno di rispetto si tramuta in brama, allora da un lato ella si dà ad ammucchiare e conservare piena d’ansia e avarizia cose inutili, dall’altro sprofonda in una vita istintiva priva di ogni spiritualità e attività”. 

Anche la relazione con l’uomo, quando degenera, la porta dall’essere compagna libera al lasciarsi asservire; le relazioni degenerate con i figli la portano invece a considerare la prole come suo personale possesso, quasi escludendo dalla relazione il padre e tenendoli stretti a sé, rischiando peraltro di limitarne lo sviluppo e la libera crescita.

Come per l’uomo, anche per la donna la radice della degenerazione sta nel pervertimento del rapporto con Dio. Scrive Edith:

Poiché la donna nel peccato si è levata contro Dio e nello stesso tempo, seducendo l’uomo, si è innalzata al di sopra di lui, la sua pena è la soggezione al dominio del marito. Poiché il peccato al quale ella lo ha indotto era con ogni probabilità un peccato di sensualità, la donna è esposta più fortemente dell’uomo al pericolo di cadere in una pura vita istintiva. E quando ciò avviene, ella diventa ancora una volta seduttrice che spinge al male, quando invece a lei è affidata in modo particolare la lotta contro il male”. 

Come abbiamo già detto la scorsa volta, questa chiave di lettura del peccato originale è tipicamente ebraica: Edith, del resto, affonda lì le sue radici! 

 

Nella terza riflessione Edith addita come soluzione per ripristinare la natura e la vocazione originaria dell’uomo e della donna il recupero del rapporto di figliolanza nei confronti di Dio. Questo vale sia per chi è inserito nella Antica Alleanza sia per chi è inserito nella Nuova Alleanza. Scrive Edith:

Che saremo di nuovo accolti come figli ci viene garantito dall’opera redentrice di Cristo, se noi facciamo la nostra parte. Gli Israeliti dell’Antica Alleanza fecero la loro parte per la Redenzione attendendo il Messia nella fedele osservanza della legge. Per le donne ciò significava l’umile sottomissione al dominio dell’uomo, la cura attenta della loro purezza, un dominio dei sensi più rigido di quello richiesto all’uomo, il desiderio di figli per poter vedere in essi la salvezza, il fedele impegno ad allevarli nel timore di Dio; per l’uomo l’osservanza dei prescritti doveri relativi a preghiera e sacrifici, l’adempimento dei precetti morali e sociali, la cura paterna per la donna e i bambini, il rispetto per la moglie come madre dei propri figli. 

Nella Nuova Alleanza l’essere umano partecipa all’opera redentrice mediante la più stretta unione personale a Cristo: per mezzo della fede, che lo fa aderire a Lui, in quanto via di salvezza, e perciò alla verità da Lui rivelata, e ai mezzi santificanti da Lui offerti; per mezzo della speranza che gli fa attendere con ferma fiducia la vita da Lui promessa; per mezzo dell’amore con cui cerca ogni modo possibile di aderire a Lui: si sforza di conoscerlo sempre meglio meditando la sua vita e riflettendo sulle sue parole, aspira alla più intima unione con Lui nella santa Eucaristia, partecipa alla sua vita mistica vivendo in unione con Lui l’anno liturgico e la liturgia della Chiesa. Quanto a questa via di salvezza non vi è distinzione tra i sessi. Da qui proviene la salvezza per entrambi i sessi e per il loro reciproco rapporto”.

La Redenzione non riporta la natura allo stato originario in maniera magica; al contrario, essa è come un seme che chiede di essere accolto e fatto crescere, con adesione libera e volontaria. La vita sulla terra è un pellegrinaggio verso la Gerusalemme celeste, i cui passi sono scanditi dalla lotta tra la natura corrotta e il Germe della grazia divina.

Un fecondo luogo di crescita è il matrimonio, cristianamente vissuto. In esso l’uomo è certamente il capo della comunità domestica, chiamato a vivere la sua vocazione sponsale e genitoriale prendendosi cura di tutti i membri della sua famiglia. Questo avviene non limitandosi alla sola dimensione biologica, ma facendosi attento affinché tutti i membri abbiano garantito un adeguato contesto per poter crescere e sviluppare la propria persona e le proprie doti naturali, come anche sostenendo e incoraggiando là ove compaiono paure e fragilità. Vegliare poi sulla donna significa da un lato non costringerla in una cerchia troppo angusta per le doti che possiede (ad esempio obbligandola a restare rinchiusa esclusivamente tra le mura domestiche), ma dall’altro spronarla a coltivare con vigore la sua dimensione spirituale, perché non cada in un attaccamento morboso nei confronti dei figli e dello stesso marito. D’altro canto la stessa donna è chiamata a custodire la sua propria natura, perché possa espletare in maniera adeguata la vocazione altissima a cui è chiamata. Al riguardo Edith ha parole molto intense:

Al misterioso annuncio di una lotta vittoriosa della donna contro il serpente, e al suo compimento grazie alla vittoria che la Regina di tutte le donne ha conseguito per l’intera umanità, è strettamente connessa una particolare sensibilità che la natura femminile possiede per il bene morale e una ripugnanza per ciò che è meschino e volgare - quale arma di difesa contro il pericolo di venir tentata e travolta dalla vita istintiva. A ciò è strettamente legata la sua sensibilità per il divino e per l’unione personale con il Signore, la sua disponibilità e il suo desiderio a lasciarsi interamente colmare e guidare dal suo amore. E’ per questo che, in una vita familiare rettamente ordinata, il compito dell’educazione e della formazione morale e religiosa toccherà principalmente alla donna. Se la sua vita è fermamente ancorata alla vita di Gesù, allora ella sarà anche pienamente assicurata contro il pericolo di perdere il senso della misura nell’amore premuroso per chi le sta accanto e di donare se stessa in modo errato, privandosi così del terreno su cui deve poggiare per essere agli altri di appoggio e sostegno […] Solo chi si abbandona pienamente nelle mani del Signore può confidare di passar sicuro tra Scilla e Cariddi: ciò che gli viene affidato non va perduto, ma viene protetto, purificato, elevato ed equilibrato nella giusta misura”.

Non è per nulla da sottovalutare per Edith la questione, a quei tempi tanto scottante, della professione extradomestica della donna, nonché del rapporto tra l’uomo e la donna nella vita professionale. Questo tema è stato già trattato in altre conferenze, a cui si rimanda. Edith si pone però una domanda interessante: “l’attività professionale extradomestica della donna è contraria all’ordine della natura e della Grazia?”. In ambito cattolico la risposta non era affatto scontata, ma Edith ha maturato una sua posizione personale assai chiara e precisa. Ecco come risponde:

Credo che lo si debba negare. A me sembra che l’ordine originario comportasse una collaborazione dell’uomo e della donna in tutti i campi, anche se con una qualche differente ripartizione dei ruoli. Il mutamento dell’ordine originario dopo la caduta non significa il completo annullamento di tale situazione, così come del resto anche la natura non è completamente corrotta, ma ha conservato le sue antiche facoltà, per quanto indebolite e soggette all’errore. La presenza anche nella natura della donna di tutte le facoltà che possiede l’uomo - per quanto comunemente in misura diversa e in diversa proporzione - è indicazione del fatto che vanno impiegate nell’attività corrispondente. E laddove l’ambito dei doveri domestici è troppo angusto per consentire il pieno dispiegamento di tali facoltà, uscire da questo ambito ristretto è conforme alla natura e alla ragione. Il limite sta là dove la vita domestica, cioè la comunità vitale ed educativa di genitori e figli, viene messa in pericolo dall’attività professionale. Già un assorbimento dell’uomo nell’attività professionale che giunga fino al punto di sottrarlo completamente dalla vita familiare mi sembra contraddire l’ordine divino; questo vale in misura molto maggiore per l’attività della donna”. Queste parole non hanno certo perso di valore anche oggi, perché nemmeno ai nostri giorni siamo in una situazione di reale possibilità per la donna di vivere il suo essere moglie, madre e lavoratrice in maniera equilibrata, come del resto però nemmeno l’uomo vive con equilibrio i tempi dell’attività lavorativa con quelli di presenza all’interno della propria famiglia.

Edith analizza poi la questione delle professioni, se si possa dire che alcune sono riservate agli uomini e altre alle donne. Siccome anche questo tema è già stato trattato in altre conferenze, rimandiamo a quelle, senza soffermarci ulteriormente qui.

Da ultimo Edith affronta la questione dei consacrati e delle consacrate, domandandosi se per essi, che hanno ricevuto una particolare chiamata, vi è una distinzione nella modalità di vivere la vocazione in quanto uomini o donne.

Edith identifica un’unica autentica diversità: che l’attività propriamente sacerdotale - intesa come sacerdozio ordinato - è riservata agli uomini. La questione del sacerdozio delle donne è questione spinosa anche ai tempi di Edith! Il suo argomentare è chiaro al riguardo. Si rifà al comportamento di Gesù stesso, il quale non disdegna di essere circondato da donne, le accoglie nel numero dei suoi discepoli e dei suoi intimi, ma non affida loro il sacerdozio…nemmeno a Maria, sua Madre. Anche nella primitiva comunità cristiana le donne hanno una vivace attività caritativa, molte di loro sono martiri; alcune di esse sono diaconesse, altre sono consacrate. Nei tempi successivi purtroppo il loro ruolo viene messo sempre più in ombra, a motivo del diritto romano e di un certo qual ritorno di mentalità veterotestamentaria, ombra che si protrae nei secoli. Soltanto a partire dal Concilio Vaticano II infatti si è cominciato a interrogarsi sul ruolo della donna all’interno della comunità cristiana. Decisivo poi il ruolo di Giovanni Paolo II prima e di Papa Fancesco oggi per collocare la donna nel giusto ruolo anche all’interno di una Chiesa fortemente maschilista, nella certezza che la complementarietà non sarà che di giovamento per tutti.

Edith termina poi la conferenza con una riflessione molto bella, di respiro universale. Dice:

Appartenere a Dio e liberamente servirlo con dedizione amorosa, questa non è la vocazione solo di alcuni eletti, ma di ogni cristiano: sia consacrato o meno, sia uomo o donna - ognuno è chiamato alla sequela di Cristo. Più avanza su questa via, più si  diventa simili a Cristo, e poiché Cristo incarna l’ideale della perfezione umana, in cui sono eliminati tutti i difetti e i limiti, in cui si sommano i pregi sia della natura maschile sia di quella femminile, e sono sanate le imperfezioni, i suoi fedeli seguaci saranno parimenti sempre più elevati al di sopra dei limiti della natura: per questo, in uomini santi vediamo una bontà e una tenerezza femminile e una cura veramente materna per le anime che sono loro affidate, e in donne sante un’audacia, una prontezza e una risolutezza maschili. Così, la sequela di Cristo porta a sviluppare in pieno l’originaria vocazione umana: realizzare in sé l’immagine di Dio: del Signore del creato conservando, proteggendo e facendo avanzare ogni creatura che si trova nel suo raggio d’azione, del Padre, generando ed educando, mediante paternità e maternità spirituale, figli per il regno di Dio. L’elevazione al di sopra dei limiti della natura, l’opera più eccelsa della Grazia, non può mai venir ottenuta con una lotta individuale contro la natura e con la negazione dei limiti naturali, ma solo mediante l’umile sottomissione agli ordinamenti divini”.

Così termina questa articolata conferenza di Edith.

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