EDITH STEIN
EDITH STEIN

La vocazione della donna

La conferenza intitolata “La vocazione della donna”  è stata tenuta da Edith a Monaco l’8 aprile 1931 a un convegno di giovani insegnanti cattoliche della Baviera.

Edith aveva dato, pochi giorni prima, le dimissioni da insegnante nella Scuola Superiore delle Domenicane di Spira (insegnerà poi, fino al 1933, all’Istituto di Pedagogia Scientifica di Monaco) . Aveva trascorso la Settimana Santa, come sua consuetudine, all’abbazia di Beuron. Tenuta la conferenza, si era poi recata a Breslavia, sua città natale e luogo in cui vivevano ancora i suoi familiari.

Edith apre la sua conferenza proprio con un richiamo al tempo liturgico appena vissuto, declinandolo proprio nel tema della conferenza. Scrive:

Non c’è periodo dell’anno che sia così idoneo a una silente riflessione sul significato e sul fine della propria esistenza quanto i giorni della Settimana Santa e della Pasqua. Se Dio soffre e muore per amore degli uomini, che cosa grande deve essere la vocazione dell’essere umano!

E’ una affermazione molto forte, che dà il livello altissimo a cui Edith pone la sua riflessione e a cui chiede alle sue uditrici di raggiungerla. D’altro canto questo non dovrebbe essere cosa nuova per loro, essendo tradizione della Associazione dedicare la settimana dell’Ottava di Pasqua alla riflessione su degli importanti temi riguardanti la loro professione. La conferenza di Edith ha per obiettivo di indagare la relazione tra la vocazione della donna in quanto tale e la professione di insegnante.

Edith articola il suo intervento in tre punti.

Il primo di essi prende in considerazione la vocazione della donna in quanto essere umano.

Così scrive:

La vocazione naturale dell’essere umano, come di ogni altra creatura, è che sviluppi, in  purezza e nell’ordine stabilito da Dio, ciò che il Creatore vi ha posto come seme. La prerogativa particolare dell’essere umano consiste nel fatto che egli non si sviluppa senza partecipazione della sua volontà, come in un processo naturale, ma che, in quanto essere razionale e in virtù della propria conoscenza e volontà, può liberamente concorrere a tale sviluppo”.

Perché questo sia possibile, è necessario intraprendere un percorso di educazione e del corpo e dell’anima. Entrambi infatti devono svilupparsi in maniera armonica: molto frequente è infatti il rischio di una crescita squilibrata, cioè di un aspetto a discapito dell’altro, quando non addirittura in maniera unilaterale. Edith sostiene l’importanza della dimensione biologica della persona: essa non è semplicemente un dato di realtà, ma ci costituisce: ciascuno non “ha” un corpo, ma “è” un corpo. Certo, non soltanto un corpo, ma indubbiamente è un corpo. Esso ha un suo ruolo preciso, importante, che però deve essere subordinato all’anima. Quest’ultima va considerata nelle sue facoltà sensibili, ma anche nelle sue dimensioni di volontà, di affettività e di intelletto. Nessuna di esse deve restare atrofizzata, ciascuna ha un suo preciso ruolo, ma la leadership è dell’intelletto. Questo infatti addita il cammino alle altre, orientandole. Se viene rispettata la gerarchia, allora la persona può crescere in maniera armonica: ogni facoltà è attiva, dà il suo specifico contributo, senza intralciare lo sviluppo delle altre e senza provocare squilibri nella persona. Questo su un piano semplicemente umano, secondo le leggi della natura. 

Edith fa una sottolineatura molto bella; dice:

La creatura perfettamente sviluppata in conformità a quella che è la propria natura è in sé già una glorificazione del Creatore”.  

Si è molto spesso tentati di ritenere che solo la dimensione spirituale della persona dia gloria a Dio, dunque di considerare la nostra parte umana di  minor valore, quando non addirittura di lasciarla fuori dalla dimensione religiosa. Nulla di più lontano dal pensiero di Edith e, in ultima analisi, dalla verità! E’ la persona tutta intera che dà gloria a Dio; si entra in relazione con Lui con tutto di sé, quindi anche con il proprio corpo e con la propria anima: per questo entrambi vanno curati, formati e fatti crescere, perché possano svolgere la loro specifica parte. 

Se questa è la vocazione naturale, Edith non esita però ad aggiungere subito che esiste anche una vocazione soprannaturale per la persona. Essa consiste nel percepirsi figlio di Dio, dunque allo scegliere di vivere in maniera conseguente, lasciandosi prendere per mano e condurre da Lui . Meta del cammino è giungere alla visione di Lui.

Essere figlio di Dio è un dono gratuito e percepirsi tali è opera della Grazia. In realtà, a motivo della decadenza a seguito del peccato originale, anche il semplice sviluppo umano necessita del supporto della Grazia per  giungere al suo obiettivo di perfetto sviluppo in tutti i suoi aspetti. Il rischio infatti è sempre quello di sviluppi parziali, con zone di atrofia.

Scrive Edith:

Doti personali e condizioni di vita comportano sempre una certa unilateralità. La professione richiede, di volta in volta, che venga formata in modo particolarmente intenso questa o quella facoltà; e poiché energie e tempo dell’uomo sono limitati, quello che da un lato è incremento dall’altro è riduzione. Così, la formazione umana globale da una parte e la formazione e l’esercizio professionale dall’altra in un certo qual modo sono in contraddizione; e si dovrà dire che di tale contraddizione la donna soffre in media più dell’uomo, perché per natura ella mira più fortemente a uno sviluppo che tocchi tutti gli aspetti, mentre nell’uomo, per natura, è preordinata piuttosto una direzione di sviluppo univoca”. 

Non approfondiamo ulteriormente il concetto perché abbiamo già avuto modo di considerarlo in altre conversazioni.

Edith termina questa prima analisi sottolineando come la professione di insegnante sia particolarmente confacente alla donna perché richiede una formazione molto varia e in dispiegamento di molteplici potenzialità; d’altro canto però è necessario essere vigilanti, per non cadere nel rischio della dispersione, dunque della superficialità.

 

Nel secondo paragrafo Edith affronta la questione della vocazione particolare di ogni singola persona. Ogni essere umano infatti è unico e irripetibile, con doti particolari che concorrono a determinare la sua specifica vocazione.

Scrive Edith:

La comune natura umana e l’individualità non sono da considerarsi, nel singolo essere umano, come elementi separati posti l’uno accanto all’altro; piuttosto, ogni essere umano dà alla natura umana un’impronta individuale. L’individualità è dono di Dio tanto quanto la natura universale dell’essere umano e il suo puro dispiegamento è allo stesso modo una vocazione della persona. Le doti individuali indicano a ogni essere umano il posto che gli spetta nella società umana, in essa gli è indicata la «professione», cioè il ruolo che è atto a ricoprire nel complesso sociale” .

Quando la professione svolta corrisponde esattamente alle doti naturali, allora la persona non vive conflittualità e il cammino di unificazione interiore e di armonico sviluppo è facilitato. Indubbiamente nella realtà non sempre questo è possibile, per molteplici ragioni: o perché la persona non si conosce a sufficienza quindi non sa quali sono le sue doti personali, o perché sceglie in base ad altri criteri quali il prestigio sociale e/o economico che una certa professione offre, o semplicemente perché la concretezza della vita obbliga a svolgere la professione che si trova e non quella che si desidera.

Parlando a delle insegnanti, Edith non manca di sottolineare quanto importante sia il loro ruolo nell’accompagnare gli alunni non solo nell’apprendimento di nozioni, bensì nella conoscenza di sé e nella scoperta delle proprie inclinazioni naturali. 

Perché però ciò sia possibile, è necessario che l’insegnante per prima conosca se stessa, i propri talenti naturali, e possa attingere a piene mani grazie anche a una sua profonda formazione e competenza. Così scrive Edith:

Deve avere riguardo per le inclinazioni individuali dei bambini in modo che ciascuno possa ricevere la formazione a lui confacente. Ma ella deve anche saper curare in se stessa i particolari talenti che le sono affidati. Non deve ritenere di dover rendere in egual misura in tutti i campi e alla fine impiegare la maggior parte delle proprie energie in ciò che le piace di meno, ma deve sapere con chiarezza di poter dare il massimo agli altri se sfrutterà i propri talenti. Naturalmente, il lavoro a cui è strettamente tenuta non può essere trascurato per un hobby personale; nessuno però può dare ciò che non possiede, e chi lascia atrofizzare quanto di meglio possiede per impadronirsi, facendosi violenza, di qualcosa che per natura gli è negato, non produrrà alcun effetto proficuo. Chi, al contrario, lascia libera di esprimersi la propria natura individuale può per lo meno attingere a piene mani a un settore e agire con gioia; in tal modo, desterà gioia anche intorno a sé”.   

Non possiamo non sentire l’eco della sua famosa sentenza pronunciata alla fine del Liceo:

Siamo al mondo per servire l’umanità….Questo si può fare nel migliore dei modi, facendo qualcosa per cui si ha una vera predisposizione…”.

Naturalmente una siffatta insegnante non potrà che essere attenta ai propri alunni, accompagnandoli in maniera personale; si comprende perciò perché Edith auspicasse l’utilizzo del metodo Montessori come strumento pedagogico e didattico.

Come sempre poi Edith non manca di collocare il tutto non solo nella cornice terrena, ma nell’orizzonte dell’eternità. Scrive:

Anche l’individualità, così come la natura universale dell’essere umano, ha un suo significato in relazione a tempo ed eternità. Essa indica all’uomo il suo posto non solo nella società terrena, ma anche nella gerarchia celeste. Non si tratta di una imperfezione terrena che va superata, ma di una peculiarità individuale voluta da Dio la quale - dispiegata in tutta la sua purezza - fa udire la sua particolare melodia nella polifonica armonia della comunità dei Santi”.

Coltivare la propria specifica individualità e metterla al servizio degli altri è perciò la vocazione di ciascuno, in relazione al tempo e all’eternità. In ultima analisi, la chiamata all’armonia personale è la strada non solo per la propria autorealizzazione e per raggiungere la propria felicità, ma per far sì che il Paradiso sia veramente tale: comunità di persone che vivono relazioni armoniche perché capaci ciascuna di essere e donare la propria nota intonata, già ora sulla terra e poi di là, in Cielo.

 

La terza e ultima parte dell’intervento di Edith tratta il tema della specifica vocazione della donna.

In realtà ha già affrontato tale questione in altre conferenze. Vale comunque sempre la pena ripetere, per meglio comprendere il suo pensiero. Inoltre ogni conferenza apporta una sua sfumatura particolare, dunque è sempre un arricchimento.

Innanzitutto Edith fa riferimento al racconto della Genesi, capitolo 2 versetto 18: “Non è bene che l’uomo sia solo”.

Una piccola annotazione linguistica. Per il termine “uomo” la Settanta, che è la versione greca della Bibbia, usa il termine “ánthropos”; la Vulgata, che è la traduzione latina della Settanta fatta da S. Girolamo, usa il termine “homo”. Il testo tedesco invece usa il termine “Mensch”, che significa uomo nel senso di “essere umano”, e non il termine “Mann”, che significa sempre uomo, ma nel senso di maschio. E’ più fedele al termine ebraico utilizzato nella versione masoretica della Bibbia: “adam”, cioè uomo universale; maschio infatti si dice “ish”.

Edith non conosce l’ebraico, se non quanto basta per ripetere le preghiere della sinagoga; proviene però da una famiglia ebrea, quindi sa molto bene che il testo tedesco ricalca esattamente l’originale ebraico, in cui per indicare l’uomo e la donna vengono utilizzati i termini “ish” e “ishah”, che evidenziano la loro pari dignità, pur nella loro diversità, perché a essere creato a immagine e somiglianza di Dio è “adam”, cioè l’essere umano in quanto tale.

Tornando a Edith, subito specifica che Dio crea l’uomo e la donna conferendo a ciascuno una sua propria specificità e missione. Quella della donna è prima di tutto di essere “compagna”.

Scrive Edith:

Stare al fianco di un altro essere umano in amorosa partecipazione alla sua vita, con fedeltà e sollecitudine, questo è proprio della donna. Vi sono racchiusi il dono naturale dell’empatia verso l’altro essere e i suoi bisogni, la capacità e la volontà di adattamento”.

In questo “essere compagna” è racchiuso quanto abbiamo accennato prima: la pari dignità e la complementarietà non solo dei ruoli, ma proprio a livello dell’essere.

Questo si rende evidente in maniera assai concreta nell’altra vocazione della donna, quella alla maternità. Non può esserci maternità senza paternità: qui sta la complementarità. D’altro canto la maternità crea con il figlio un legame  più stretto sia durante la gestazione sia nei primi anni di vita del piccolo; questo però impone alla donna limiti più severi, restrizioni alla propria libertà di non poco conto: qui sta la specificità. Di nuovo però la complementarietà, perché l’uomo, oggettivamente più libero, può espletare i suoi compiti di protezione e sostentamento, almeno finché la cura del bambino lo richiede. Così scrive Edith:

A ciò corrispondono quelle caratteristiche fisiche che consentono all’uomo un maggiore sviluppo delle potenzialità offensive  e difensive, alla donna invece tenacia, costanza e resistenza nel sopportare fatica e dolore”.

Le caratteristiche della donna di compagna e di madre non trovano solo nel matrimonio e nella maternità fisica la loro modalità di incarnazione, perché esiste una dimensione spirituale della persona e anch’essa porta le caratteristiche femminili o maschili. Edith afferma che ovunque ci sia una persona da accompagnare e aiutare, lì la donna può essere compagna e madre, ma specifica “In un certo qual modo”. Spiega poi cosa intende. Scrive:

Si è detto «in un certo qual modo» - infatti non si può prendere alla leggera il passaggio dal matrimonio e dalla maternità pienamente psico-fisica a quella spirituale. Corpo e anima sono un tutto inseparabile e non è scontato, anzi è assai improbabile, che una funzione psico-fisica rimanga la medesima quando l’aspetto corporeo venga messo totalmente tra parentesi”. 

La concretezza e l’equilibrio di Edith sono sempre puntuali: nessun angelismo, nessuna spiritualizzazione, nessuna amputazione dell’umano, come, d’altro canto, nessuna riduzione al solo orizzonte naturale. La persona viene sempre vista nella sua unitarietà, in cui la dimensione biologica, quella psicologica e quella spirituale sono chiamate a interfacciarsi e a svilupparsi in maniera armonica, ciascuna nella propria specificità, senza sbavature, per fornire il proprio contributo specifico.

La scelta della vita consacrata va a toccare esattamente la sponsalità e la maternità psico-biologica; è esattamente la situazione citata da Edith. Essa non è una scelta di vita ordinaria ed Edith non manca di farlo notare. Scrive infatti:

La donna normale e sana ha il desiderio naturale di divenire sposa e madre. La verginità consacrata a Dio è una chiamata fuori dell’ordinario e necessita per la sua realizzazione di una grazia speciale”. 

Esistono però situazioni in cui la donna si trova a non realizzare la vocazione di sposa e di madre per scelta, per le più svariate ragioni, che non sono però quelle della rinuncia volontaria in una consacrazione religiosa. 

Edith mette in guardia dai possibili squilibri che possono derivare, a motivo della sofferenza legata alla frustrazione di questa dimensione naturale; alcune si buttano a capofitto nella professione, ma questa, non solo legittima era anche auspicata da Edith per tutte le donne, non può colmare il vuoto lasciato dalla non-realizzazione della vocazione prima della donna. Edith è talmente concreta nel suo parlare che non esita ad additare somatizzazioni molto ben conosciute da neurologi e ginecologi, nonché dai pastori d’anime.

E’ però anche vero che conciliare vita familiare e vita lavorativa per la donna non è per nulla semplice. Ai tempi di Edith serpeggiava l’invito per le insegnanti a rinunciare a formare una famiglia propria per dedicarsi completamente all’insegnamento. Edith non esita a definire questo uno spiacevole errore; ancor più, ritiene che l’esperienza personale dell’insegnante sposata arricchisca la sua attività lavorativa. Scrive:

Non si potrà neppure sostenere che tutte le insegnanti nubili dedichino le loro indivise energie  alla professione e, d’altro canto, è mia convinzione che quell’insegnante che è madre di famiglia arrechi alla professione un notevole apporto in più. Generalmente possiede istinto materno, amore e comprensione emotiva non solo nei confronti dei bambini propri, ma anche nei confronti di quelli altrui: cose che alla nubile tante volte fanno difetto. E’ per tale motivo che vedo nel combinarsi di professione docente e matrimonio una possibile soluzione della nostra questione, per quanto solo in casi particolari, cioè nel caso di personalità particolarmente forti ed estremamente dotate sotto il profilo pedagogico”.

Interessanti queste parole, pronunciate proprio da lei che è nubile! In realtà Edith è sia una persona particolarmente dotata dal punto di vista pedagogico, sia una persona che è nubile per scelta, avendo optato fin dal tempo del suo battesimo per la consacrazione religiosa.

Con  la concretezza che sempre la contraddistingue, ritorna poi sul tema delle donne nubili non per scelta: rivolge loro l’invito a non cadere in stallo con sterili rimpianti, o a perdersi in sogni irrealizzabili, quanto piuttosto a prendere risolutamente in mano la propria situazione “facendo di necessità virtù”, confidando nell’aiuto di Dio. Il che significa risolversi a dispensare affetto e cura alle persone che incontra nel proprio quotidiano, come anche a cercare poveri e bisognosi di cui prendersi cura, naturalmente con animo puro: gli altri cioè vanno amati e serviti, non utilizzati per colmare il proprio vuoto interiore e gratificare il proprio desiderio frustrato di maternità.

Prendersi cura significa essere attenti alla dimensione psico-fisica, ma anche spirituale della persona che si accompagna: non vi è infatti maternità piena se non si vive anche una maternità spirituale. 

Edith ben esprime in cosa consiste:

Destare la scintilla del divino nel cuore di un bambino, veder crescere e svilupparsi in lui la vita di Dio, o contribuire a infiammare nuovamente la vita di Grazia nell’anima spenta, degenerata, o inselvatichita di un adulto lontano da Dio, e avere poi l’opportunità di assistere al meraviglioso processo di metamorfosi che ha luogo in quell’anima e collaborarvi come strumento, tutto questo è un generare ed educare per il cielo ed è una gioia che non è di questo mondo. Una tale maternità spirituale può ben colmare la vita di una persona, ma è possibile soltanto per coloro la cui anima sia ricolma di Cristo e da Lui resa feconda”.

Il segreto sta proprio nel vivere una vita spirituale personale intensa, in intima comunione con Gesù, nutrendosi abbondantemente e quotidianamente del Suo Corpo e della Sua Parola. 

Concludiamo con l’ultima frase di Edith pronunciata in questa conferenza, perché di somma bellezza e profondità:

Il cuore di Dio è la fonte inesauribile da cui ogni vita umana ha di che formarsi in modo ampio e fecondo, la fonte che può condurre ogni vita di donna all’adempimento più bello della sua vocazione”. 

 

 

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