EDITH STEIN
EDITH STEIN

L'ethos delle professioni femminili

Quanto scritto circa la prima conferenza tenuta da Edith nell’aprile del 1928 e che portava il titolo “il valore peculiare della donna e la sua importanza per la vita del popolo” è in realtà parziale, perché la seconda parte del tema tratta questioni che poi vengono ripresi in maniera più articolata nella conferenza di cui parleremo ora, “L’ethos delle professioni femminili”; E’ stata tenuta da Edith lunedì 1° settembre 1930, alle 10, nell’Aula Magna dell’Università di Salisburgo. Il contesto è quello della sessione autunnale del raduno della Associazione Accademica Cattolica, che si svolse dal 30 agosto al 3 settembre. I relatori erano 16 ed Edith era l’unica donna. Circa questa sua presenza, abbiamo notizie dettagliate anche sul suo viaggio. Sappiamo infatti che era partita da Breslavia alla fine di agosto; passata per Praga, era poi giunta a Salisburgo. Terminata la conferenza, era poi subito ripartita per Spira, passando per Monaco, perché aveva lezione presso la scuola delle domenicane ove insegnava. Molti giornali, sia austriaci sia tedeschi, hanno dato la notizia non solo di questo raduno, ma soprattutto della relazione tenuta da Edith. Questo ha fatto sì che la sua fama come relatrice si diffondesse notevolmente. La sua conferenza venne poi pubblicata ad Augusta nella primavera del 1931 nel 2° volume della “Biblioteca del pensiero cattolico” della Associazione Accademica Cattolica.

 

Edith inizia la sua conferenza con una introduzione nella quale definisce il primo termine che compare nel titolo della sua conferenza: ethos. E’ molto importante perché serve per dare un contenuto preciso alle parole e dunque circoscrivere la questione che si aggiunge a trattare.

Ecco la definizione data da Edith:

Con ethos intendiamo qualcosa di duraturo che regola gli atti dell’uomo; non pensiamo certo a una legge, che si presenta all’uomo dall’esterno o dall’altro, ma a qualcosa di attivo in lui stesso, una forma interiore, uno stabile atteggiamento dell’anima”.

E’ molto bello quanto Edith afferma. Molto spesso infatti noi diamo al termine “etica” il contenuto di comportamento derivante dalla morale: questo è indubbiamente corretto, ma sottintendendo che proprio la morale - e l’etica che ne consegue - siano come una sovrastruttura del nostro essere. Magari anche liberamente scelta, ma comunque che ci viene dall’esterno. Edith invece afferma esattamente il contrario. Il comportamento etico è naturalmente dentro di noi; questo perché la legge naturale è inscritta in ogni uomo. Per legge naturale si intende la capacità di discernere e dunque di fare il bene e di evitare il male. Questa specificazione è importante perché porta come conseguenza che l’obbedienza alla legge morale permette all’uomo di essere autenticamente uomo, mentre la disobbedienza lo allontana da se stesso.

Edith fa poi riferimento alla scolastica, dicendo che l’ethos corrisponde a quello che S. Tommaso ha chiamato “habitus”. Sicuramente questo linguaggio non ci giunge nuovo, perché è quello che ha fatto la parte del leone nella teologia e, di conseguenza, nel catechismo. 

Edith afferma che ci sono diversi tipi di “habitus”. 

Un primo è quello innato, che è una disposizione naturale di fondo dell’anima. L’ilarità o la malinconia sono due esempi concreti.

Un altro tipo di “habitus” è quello che si acquista con l’esercizio delle virtù naturali: appartengono a questo ambito ad esempio le competenze, che la persona acquisisce mediante la messa a frutto dei propri talenti.

Un terzo tipo di “habitus” è invece quello infuso, che è frutto delle virtù soprannaturali. Appartiene a questo ambito tutto ciò che riguarda il cammino di santità della persona e che chiede l’esercizio delle virtù teologali e cardinali.

Quando questi “habiti” sono orientati verso un valore positivo, allora si parla di “ethos”.

Focalizzando poi il tema della conferenza, Edith specifica che per “ethos vocazionale e professionale” si intende quell’insieme di atteggiamenti dell’anima che sono strutturanti l’atteggiamento di fondo nella vita professionale della persona. Il che significa, nel caso specifico, andare a verificare se ci sono degli atteggiamenti costitutivi della donna a partire dai quali poter individuare professioni particolarmente idonee per lei.

C’è un passaggio che vale la pena leggere direttamente. E’ utile per ogni persona, uomo o donna che sia. Così dice Edith:

La coscienziosità e la fedeltà al dovere sono atteggiamenti permanenti dell’anima che valgono come norma per l’ethos professionale. Il quale viene perciò essenzialmente determinato dall’idea e dalla convinzione che uno ha della propria professione. Chi considera il proprio lavoro solo come fonte di guadagno, o come modo di occupare il tempo, lo svolgerà in maniera del tutto diversa da chi lo considera una vera vocazione, che a esso, cioè, si sente chiamato. In senso stretto, solo in quest’ultimo caso si può parlare di ethos professionale”.

Non possiamo non pensare a quel passo autobiografico contenuto nella “Storia di una famiglia ebrea” nel quale Edith sosteneva che si è al mondo per servire l’umanità e che ciò può essere fatto solo mettendo a frutto i talenti che abbiamo, con una preparazione sistematica (il contesto era quello della scelta della facoltà universitaria, dopo il diploma, in reazione alle pressioni esercitate dallo zio David).

Un’ultima annotazione: a ogni professione corrisponde uno specifico ethos; chi sceglie di svolgere un determinato lavoro, può avere già un dono di natura che lo rende particolarmente idoneo a quel lavoro. Se ciò però non è, egli è chiamato a svilupparlo, a poco a poco, mediante la ripetizione delle attività volute dalla professione stessa. Non è infatti pensabile svolgere una professione senza avere un comportamento adeguato; meglio, potrebbe essere fatto, ma questo non è secondo la verità dell’uomo.

 

Edith articola la sua conferenza in due punti: prende prima in considerazione la vocazione naturale della donna, poi quella soprannaturale.

Per quanto riguarda la prima, Edith si pone due domande:

  1. esiste una vocazione naturale della donna?
  2. se esiste, quale disposizione profonda dell’anima esige?

Queste domande si inseriscono nell’acceso dibattito del tempo tra il movimento femminista e i suoi oppositori. Come abbiamo avuto già modo descrivere in altre pagine, alcune branche radicali del movimento negavano qualsiasi diversità tra uomini e donne, temendo che affermare differenze sarebbe stato offrire materiale agli oppositori per cadere nello stereotipo classico di superiorità dell’uomo sulla donna. Sebbene sia inaccettabile un tale estremismo, è però assolutamente comprensibile se contestualizzato nel tempo. Difatti a questa posizione si opponevano con veemenza coloro  i quali sostenevano che per la donna esiste esclusivamente una vocazione: quella di sposa e, di conseguenza, di madre. Come si vede i tempi di una maggiore maturità culturale in cui trova spazio il concetto di complementarietà sono ancora assai lontani.

Edith riesce a inserirsi del dibattito con quell’equilibrio che sempre la caratterizza.

Da fenomenologa quale è, parte dal dato di realtà che con innegabile evidenza le viene incontro: la forma e la struttura del corpo femminile. Ogni considerazione infatti che non ha a suo fondamento l’osservazione del dato concreto rischia di essere pura astrazione, per non dire fantasia.

Ebbene, l’anatomia e la fisiologia femminile dicono che la donna è naturalmente predisposta per essere compagna dell’uomo e madre. Agganciandosi al principio tomistico che l’anima è “forma corporis” Edith deduce che anche l’anima femminile non può che avere delle caratteristiche che sono specifiche; naturalmente esse saranno in sinergia con il suo essere compagna e madre, ma non è detto che poi il tutto si esaurisca qui.

La caratteristica peculiare che Edith individua nella donna è quella di essere orientata alla persona. Riprendendo la conferenza “il valore peculiare della donna e la sua importanza per la vita del popolo”, ecco come Edith si esprimeva:

“Fra i tratti distintivi che si è soliti ricordare, vorrei metterne in evidenza due soli, perché rivestono una importanza particolare per la questione del valore intrinseco:

  1. l’uomo è attento maggiormente alla cosa; per lui è naturale dedicare le sue energie as un certo ambito di cose (sia esso la matematica o la tecnica, l’artigianato o il commercio), e sottomettersi alle regole di questa ‘cos’. L’atteggiamento della donna è un atteggiamento di attenzione alla persona, e ciò ha un significato molteplice. Anzitutto ella partecipa volentieri con tutta la sua persona a ciò che fa. Poi ha un interesse particolare per la persona viva, concreta, e quindi tanto per la propria vita personale quanto per le altre persone e per circostanze e casi personali.
  2. nell’uomo, per la sua sottomissione a un campo specifico di cose, si verifica facilmente uno sviluppo unilaterale. Nella donna c’è un vivo impulso naturale alla pienezza e alla completezza e ciò nuovamente in una duplice direzione: ella desidera per se stessa diventare un essere umano completo, pienamente sviluppato in tutte le direzioni e, inoltre, desidera aiutare gli altri a diventare tali e, in ogni caso, quando ha a che fare con esseri umani, vuole tenere conto di tutto l’uomo”.

Tornando alla conferenza “L’ethos della professione femminile”, Edith declina queste caratteristiche femminili proprio nella vocazione naturale della donna a essere compagna e madre. Leggiamo di nuovo direttamente le sue parole:

“Il modo di pensare della donna, e i suoi interessi, sono orientati verso ciò che è vivo e personale e verso l’oggetto considerato come un tutto. Proteggere, custodire e tutelare, nutrire e far crescere: questi sono i suoi intimi bisogni, veramente materni. Ciò che non ha vita, la cosa, la interessa solo in quanto serve al vivente e alla persona, non in se stessa. E a ciò è connessa un’altra caratteristica: l’astrazione, in ogni senso, è lontana dalla sua natura. Ciò che è vivo e personale, oggetto delle sue cure, è un tutto concreto, e dev’essere tutelato e sviluppato nella sua completezza; non una parte a danno dell’altra o delle altre: non lo spirito a danno del corpo o viceversa, e neppure una facoltà dell’anima a danno delle altre. Ella non sopporta ciò, né in sé, né negli altri. E  a questo atteggiamento pratico ne corrisponde uno teoretico: il suo modo naturale di conoscere non è tanto concettuale e analitico, quanto contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto. Queste doti particolari la rendono atta a curare e a educare i propri bambini; ma si tratta di una disposizione fondamentale che non giova solo a questi, ma viene incontro anche ai bisogni del marito, e di tutti gli esseri che vengono a trovarsi nell’ambito della sua attività.

A queste disposizioni materne si uniscono quelle proprie della compagna. Saper partecipare alla vita di un altro uomo, cioè saper prendere parte a tutto ciò, grande e piccolo, che lo riguarda: alla gioia e al dolore, come al suo lavoro e ai suoi problemi: ecco il dono e la felicità della donna. L’uomo è tutto preso ‘dalle sue cose’ e si aspetta dagli altri che mostrino per quelle interesse e pronta collaborazione; per lui in genere è difficile mettersi alla dipendenza di altri, dedicarsi alle cose altrui. Ciò è invece naturale per la donna; ella è in grado di penetrare con sentimento e comprensione nell’ambito di quelle realtà che di per sé le sono lontane, e delle quali non si prenderebbe cura, se non fosse l’interesse per una persona che la mette in contatto con esse. Questo dono è strettamente dipendente dalla sua attitudine materna: la sua partecipazione vitale eccita le forze e qualifica le prestazioni di colui ai cui interessi ella prende parte. Si tratta di una funzione educativa e formativa, e quindi chiaramente materna ma di cui ha ancora bisogno proprio l’uomo maturo, e che viene incontro anche ai bisogni dei figli, man mano che questi crescono, diventano più autonomi e si non hanno più bisogno di aiuto nelle funzioni inferiori”.

Questa è la prima considerazione che Edith fa sulla vocazione della donna, proprio a partire dal semplice dato anatomo-fisiologico (e, naturalmente, sul dato psicologico ad esso correlato). Ci sono naturalmente delle considerazioni da fare.

 

Come abbiamo già evidenziato altrove, il fatto che la donna per sua natura sia così strutturata non significa che di fatto incarni questa sua specifica vocazione; al contrario, a conseguenza del peccato originale, queste caratteristiche trovano spesso la loro espressione nella loro forma degenerata: pettegolezzo, vanagloria, invadenza, desiderio di primeggiare, ecc. E’ perciò necessario per ogni donna intraprendere un lavoro sistematico e positivo per correggere tutti i difetti tipici della femminilità: soprattutto è necessario un lavoro di eliminazione della superficialità, di educazione alla subordinazione di norme oggettive, senza però abbandonare le disposizioni personali. Un esempio concreto: se l’uomo è tendenzialmente interessato alla cosa, la degenerazione di questo è una altissima ma esclusiva specializzazione unilaterale. La donna, per formarsi, non deve rendersi schiava di una limitata sfera della realtà; la sua tendenza alla totalità è in sé un valore, ma va incanalato poi nella concretezza delle persone e delle circostanze precise di cui è chiamata a prendersi cura. Di queste deve occuparsi con competenza: in tale modo salvaguarda lo sguardo totalizzante, ma evita la superficialità e il pressappochismo.

Edith non è però del parere che la donna debba limitarsi al ruolo di compagna e di madre; al contrario, come già abbiamo visto parlando della 1° conferenza, ritiene che sia l’educazione scolastica sia l’ingresso nel mondo del lavoro siano due strumenti particolarmente efficaci per aiutare ogni donna a diventare ciò che è realmente. Del resto la sua stessa vita lo testimonia con evidenza.

Ancora di più, la presenza della donna nell’ambito extra-familiare è di indubbia preziosità per la società civile, perché arricchisce il vivere comune di tutte quelle peculiarità che sono proprie della natura femminile. L’apporto del maschile e del femminile genera società più ricche ed equilibrate rispetto a quelle in cui vi è un apporto esclusivamente unilaterale.

Questo Edith lo sostiene con chiarezza nella sua conferenza, accanto a un altro concetto di grande importanza: se quello da lei tratteggiato è il profilo femminile, in realtà ogni donna è unica, con caratteristiche peculiari che talvolta la possono anche far discostare dal ritratto tipico, avvicinandola maggiormente al mondo maschile (naturalmente pur restando assolutamente donna nelle dinamiche fondamentali). Questo ha ovviamente una incidenza anche in ambito professionale: pur restando ovviamente compagna e madre, può essere orientata a scegliere attività più tecniche o comunque fortemente orientate alle cose. La sua modalità di occuparsene però sarà comunque femminile: questo a ulteriore ricchezza di sfumature per la società. Così Edith si esprime:

“Nessuna donna è solo donna, ciascuna ha come l’uomo la sua peculiarità individuale e le sue predisposizioni, che le consentono di esercitare questa o quella attività professionale, di carattere artistico, scientifico, tecnico, ecc. In linea di massima, la predisposizione individuale può orientare verso qualsiasi campo, anche verso quelli che sono di per sé lontani dalla specificità femminile. In questi casi non si parlerà  di una ‘professione femminile’ Se se ne deve poter parlare in modo sensato, allora è necessario che siano professioni i cui compiti siano oggettivamente confacenti alla specificità femminile; cioè tutte quelle professioni in cui si tratta di assistere, di educare, di prendersi cura e di esercitare una comprensione empatia: la professione di medico e di infermiera, di insegnante e di educatrice, di governante, e tutta la serie delle odierne professioni sociali; nel campo scientifico, quei rami che hanno a che fare con il concreto, con ciò che è vivente e personale, cioè le scienze dello spirito e quei lavori che presentano un carattere di ausiliari e di servizio, come il tradurre e il pubblicare ed eventualmente anche guidare pazientemente il lavoro altrui. […] Si può affermare, però, che anche quelle professioni che nei loro requisiti puramente oggettivi non sono in particolare sintonia con le caratteristiche della specificità femminile e che perciò sarebbero piuttosto da qualificarsi come specificatamente maschili, di fatto possono essere invece svolte in maniera genuinamente femminile, se considerate nelle concrete condizioni in cui vengono esercitate. […] Anzi, si può persino dire che proprio in queste situazioni, in cui ognuno si trova in pericolo di diventare l’ingranaggio di una macchina e di perdere la propria umanità, il dispiegamento della specificità femminile può fungere da benefico contrappeso. […] Ma è possibile anche un altro modo. Tutto ciò che è astratto, è in fondo parte di un concreto. Tutto ciò che è morto in fin dei conti serve al vivente. Ogni attività astratta è, perciò, in fondo al servizio di un tutto vivente. Chi riesce a fissare lo sguardo su questo tutto e a mantenerlo vivo, si sentirà legato a quel tutto anche nelle occupazioni più desolatamente astratte; così quel che fa gli diventerà sopportabile, anzi in molti casi gli riuscirà meglio di quanto non succeda quando si perde di vista il tutto inseguendo unicamente il particolare. Quando si tratta di leggi o regolamenti, l’uomo mirerà alla forma giuridica più perfetta e baderà forse meno alle situazioni concrete da regolare, mentre la donna, se resta fedele alla sua specificità anche nel parlamento e nell’amministrazione, partirà dallo scopo concreto e vi adatterà il mezzo. Perciò l’ingresso delle donne nei più vari rami professionali potrebbe essere una vera benedizione per l’intera vita sociale, sia privata sia pubblica, purché la donna conservi l’ethos specificamente femminile”.

Non si può non notare quanto equilibrata - ma anche quanto profetica, se si pensa che si è nel 1930 - sia la posizione di Edith. Equilibrio e profezia che non hanno comunque perso di attualità, perché nell’oggi indubbiamente alla donna sono teoricamente aperti tutti i campi del sapere e dell’operare, ma in realtà non sempre ciò è realizzabile…e anche quando lo è, non sempre ciò accade in obbedienza all’ethos femminile, sia per condizioni esterne sfavorevoli sia per immaturità delle stesse donne.

 

La vocazione della donna non si esaurisce però nell’ambito familiare e pubblico. C’è infatti una vocazione soprannaturale, che invita ogni persona a non fermarsi al solo livello naturale di vita. Come dice il famoso principio: “gratia perficit, non destruit natura” - cioè la grazia costruisce sulla natura , non la distrugge-, una solida umanità permette di portare le specificità maschili e femminili in una dimensione trascendente, facendo sì che esse portino frutto anche a livello spirituale.

Un esempio molto concreto che Edith cita è quello della chiamata alla vita consacrata, ove sia l’uomo sia la donna non perdono il loro essere maschio e femmina, ma scelgono di viverne le peculiarità in maniera diversa. Si pensi ad esempio alla maternità e alla paternità spirituale…

In realtà però la vocazione soprannaturale è per ogni essere umano, indipendentemente che viva la vocazione matrimoniale o quella di particolare consacrazione. Per tutti il modello che Edith propone è quello di Maria, nel mistero della sua Immacolata Concezione per quanto riguarda la perfetta natura femminile, e nell’episodio delle nozze di Cana per ciò che concerne l’attenzione alla totalità della persona e delle situazioni. Scuola privilegiata di formazione alla vita soprannaturale è la liturgia della Chiesa, con i suoi tempi, i suoi ritmi, i suoi contenuti. In quest’ultima parte Edith è molto meno argomentativa rispetto alla precedente; il motivo è facilmente intuibile: l’uditorio è costituito da donne cattoliche certamente formate  a livello di dottrina spirituale, ma bisognose di essere formate invece sulla vocazione femminile non tanto di compagna e di madre, quanto nell’ambito professionale.

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