EDITH STEIN
EDITH STEIN

L'empatia come modalità relazionale

Ogni persona, ovviamente, vive inserita in un contesto; è perciò interessante esaminare in che modo l’individuo si rapporta con gli altri soggetti e quali tipi di convivenza sociale possono scaturire.
Nel 1922 la Stein pubblica, sullo “Jahrbuch” , un saggio intitolato “Individuum und Gemeinschaft”, che completa il precedente sulla “Causalità Psichica”: tema dei saggi è la vita della coscienza individuale sia dal punto di vista fisico  sia nel suo aspetto spirituale, che ha a suo fondamento il carattere intenzionale della coscienza, in base alla quale lo spirito della persona può aprirsi ad altro e ad altri.
L’avvio di ogni riflessione è l’Io, che è il punto di partenza di ogni esperienza, il luogo ove ha origine la vita cosciente. E’ assolutamente singolare e, partecipando a una comunità di vita con altri soggetti, diviene membro di quello che ella definisce “soggetto superindividuale”. Detto in altri termini, le esperienze comunitarie hanno la loro origine negli Io individuali appartenenti alla comunità.
L’oggetto verso cui si rivolge lo “spirito”  è quello che la Stein definisce con il termine Sachenwelt, cioè il “mondo delle cose”, il quale è profondamente legato ai valori: ogni oggetto infatti è un oggetto di valore e oggetto di valore massimo è l’altrui soggettività. Soltanto se lo spirito dell’individuo è originariamente aperto ad altro, esso può essere contemporaneamente individuale e sociale, divenendo così fondamento per realtà superindividuali quali la comunità, la società, ecc.
L’evidenziazione precisa di concetti quali anima e spirito è di fondamentale importanza perché permette di operare una distinzione tra la psicologia  e quelle che sono definite le “scienze dello spirito”. Affinché l’individuo sia persona infatti non è sufficiente il corpo materiale, l’anima e lo spirito; è necessario quello che la Stein definisce geistiges Zentrum, un “centro spirituale”, che forma un qualcosa di qualitativamente unitario fra la stessa anima e lo stesso corpo. Naturalmente la distinzione tra anima e spirito è molto più semplice nella descrizione teorica che nella pratica, dal momento che l’anima attua la sua vita per mezzo dello spirito e lo spirito aiuta lo psichico, che è ricettivo, modellabile e soggetto a influssi esterni nel suo sviluppo, a giungere a maturazione. Questo è possibile perché lo spirito non ha bisogno dell’apporto di alcuna forza sensibile e/o spirituale, perché la trova in se stessa.
Questo concetto esprime l’importanza di orientarsi verso i valori evangelici vissuti, perché proprio essi sono la più autentica risposta ai bisogni psichici dell’individuo: nella sintesi tra la dimensione umana e quella spirituale sta  la possibilità di diventare autenticamente “persona”.
Tornando al tema dell’aggregazione di individui che dà origine alle realtà superindividuali, la Stein afferma che queste ultime traggono la loro forza vitale dagli individui stessi, i quali però non offrono alla comunità tutta la loro forza: vi contribuiscono infatti solo nella misura in cui vivono il loro essere membri della comunità stessa. Il modo in cui la persona mette a disposizione della comunità la propria forza vitale o, viceversa, il modo in cui utilizza le forze della comunità per alimentare la propria forza vitale, fa ben comprendere come lo scambio tra individui avviene per mezzo della causalità psichica, che, come abbiamo sopra detto, porta con sé sempre anche una componente spirituale. Scrive:

 

“Sembra che queste relazioni causali che si diffondono non solo possano aiutare l’individuo in una mancanza temporanea della sua forza, ma possano renderlo eventualmente anche capace di svolgere attività che egli non potrebbe compiere da solo anche nelle migliori condizioni della sua forza vitale” (1).

 

E’ molto interessante questa affermazione, perché sottolinea che le relazioni interpersonali non solo permettono alle potenzialità del singolo di esprimersi - o di essere sostenuto quando si trova nel bisogno -, ma addirittura che può andare oltre le proprie capacità e realizzare ciò che, da solo, sarebbe stato assolutamente impossibile.
Lo stato della forza vitale di una comunità però non dipende solo dall’apporto quantitativo della forza vitale di ciascuno dei suoi membri, ma anche - e soprattutto - dalla qualità delle forze dei singoli. In una comunità gli influssi provenienti dalla spiritualità soggettiva propria e altrui sono vari, ma a patto che gli individui che compongono la comunità stessa siano autenticamente aperti gli uni agli altri, in un atteggiamento di donazione reciproca. In questo modo tutti quegli atti tramite i quali un individuo si rivolge a un altro e/o questi si rivolge a lui in un movimento di comunicazione e accettazione reciproca creano un rapporto che  rientra nel contenuto esperienziale. Il flusso intersoggettivo viene così a essere regolato non soltanto da quell’atto sociale che è il semplice essere presenti gli uni agli altri, ma anche e soprattutto dal contenuto che anima la modalità di esserci, gli uni rispetto agli altri. Questo significa che atteggiamenti positivi, o negativi, o indifferenti (amore-fiducia-riconoscenza, odio-diffidenza, disinteresse) passano direttamente dall’uno all’altro individuo, influenzandolo, andando cioè a toccare il punto sorgivo della sua forza vitale. Questo però permette anche di comprendere il vissuto altrui, il suo valore, perché sperimentato in prima persona. In questo consiste proprio l’atto empatico inteso come usuale modalità relazionale.
Accanto a queste fonti soggettive di forza vitale la Stein però individua anche forze “oggettive”, che sono i valori. Quando questi vengono vissuti dall’individuo infatti, oltre a motivare e orientare il suo agire, forniscono forza necessaria alla azione. Il mondo dei valori è ampio ed è composto da quelli estetici, etici, religiosi, razionali, come anche da quelli già realizzati in opere culturali quali poemi, monumenti, ecc: a questa ricchissima fonte la comunità può attingere nuove forze.
Un’ultima domanda si pone la Stein, dopo aver considerato la psiche e lo spirito della comunità:  le appartiene un’anima? La risposta è affermativa: quando gli individui sono tra loro uniti nel loro “intimo”, cioè con la loro anima, allora si può affermare che, insieme, formano l’anima della comunità, che conferisce un senso di unità alla vita e alla attività spirituale della comunità stessa e di ciascuno dei suoi membri. Tale è la sublime grandezza della comunità, ma non minore è la responsabilità di ciascuno dei suoi membri.
Joseph Heimpel fa un'interessante sottolineatura al riguardo, ponendo a confronto la prospettiva della Stein con quella di Scheler:

 

"Con questa concezione Edith Stein si distanzia dalla posizione di Scheler. Egli attribuisce anche alla comunità, che lui chiama «persona collettiva», una coscienza, definendola come un «orientamento degli atti costantemente compresi nella coscienza di una persona totale e finita». Scheler concepisce la comunità - come la persona - fondata totalmente nella sfera trascendentale. L'individuo come persona finita è «per propria essenza costantemente aperta alla comunità» e così le unità sociali (comunità) inferiori a quelle superiori. Come la singola persona rimane onticamente nella sfera trascendentale ed entra nel mondo solo attraverso gli atti che compie  mediante il suo corpo, così anche la comunità, secondo Scheler, viene nel mondo attraverso gli specifici atti comunitari, ad esempio comandare, ubbidire, promettere, giurare, compatire, ecc. Edith Stein condivide il concetto scheleriano del reciproco aprirsi della persona e della comunità negli atti personali e comunitari, ma non accetta la definizione assolutamente trascendentale della persona (singola o «collettiva»)che solo attraverso i suoi atti liberi entrerebbe nel mondo, ed ella non vede la comunità come persona in senso proprio.
La comunità ha un proprio flusso di vissuto, composto dagli innumerevoli vissuti dei singoli soggetti, ma uniti in un vissuto comunitario per l'unità di senso dei singoli vissuti”
(2).

 

La comunità non è però l’unica modalità aggregativa tra gli individui.
Se infatti i rapporti interpersonali avvengono solo su di un piano psichico, gli individui non vivono insieme come soggetti, non si considerano uno per l’altro “oggetto” e non agiscono in base a un'unità di comprensione non essendo orientati gli uni verso gli altri. Essi sono semplicemente “massa”, caratterizzata da un agire allo stesso modo solo esteriormente. La sua caratteristica è quella di essere fondata sulla eccitabilità della psiche individuale, che fa sì che gli individui vivano uno sotto l’influsso dell’altro lasciandosi vicendevolmente contagiare; questo contagio però non si limita, secondo la Stein, agli stati psichici inferiori o ai movimenti istintivi: può agire anche sulla sfera spirituale con una modalità da lei chiamata Infektion, “infezione”. Le idee infatti non si pongono davanti allo spirito del soggetto come oggetto, ma gli si impongono in maniera suggestiva e trasmettendosi dall’uno all’altro come virus, essendo capaci di produrre impulso all’azione. E’ ciò che, nel linguaggio psicologico, passa sotto il termine di “emozione”. La massa non agisce a partire da una persuasione o per il riconoscimento di valori oggettivi, ma in maniera piva di intenzionalità, spinta dalla eccitazione diffusa: per questo motivo non può essere aperta al mondo dei valori.
Una seconda modalità aggregativa, differente dalla comunità, è la società. Essa comincia a esistere quando a fondamento del raggruppamento di individui vi è la volontà consapevole dei singoli, che si sentono uniti tra loro dall’obiettivo comune che intendono perseguire, che è immanente allo sviluppo della propria organizzazione, ma esterno agli individui stessi.
Questi ultimi non si sentono legati tra loro da una legge di solidarietà. Lo scopo comune inoltre richiede che ciascuno svolga la propria funzione, non in comunione, ma in coordinazione con gli altri; è perciò indispensabile possedere quelle capacità che permettono di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo e che sono specifiche del ruolo di ciascuno. Ovviamente questo sottintende che ogni individuo sia considerato soggetto.
Sia la massa sia la società sono aggregazioni di qualità inferiore rispetto alla comunità: è solo in quest’ultima infatti che l’individuo realizza le sue capacità sia individuali sia sociali; empatizzando con gli altri infatti arricchisce se stesso e fornisce all’intera comunità un apporto sempre più conforme alla verità della persona.
Tornando alla questione dei valori, essi suscitano anche una presa di posizione affettiva comunitaria, poiché sono i medesimi riconosciuti dai vari soggetti: le emozioni perciò non sono escluse dal vissuto comunitario, ma vi entrano in dialogo con il mondo dei valori.
All’esperienza superindividuale appartengono dunque le esperienze costituite dalle esperienze individuali, il cui correlato sono gli oggetti superindividuali quali cose o valori, e le prese di posizione che la comunità assume in modo intenzionale verso il mondo oggettivo e anche verso le esperienze interiori, comuni, però, a una pluralità di soggetti.
Scendendo più in profondità, la Stein individua quali collegamenti sussistono tra le esperienze che costituiscono la vita comunitaria.
La prima considerazione riguarda il fatto che la fusione originaria dell’esperienza può essere compiuta solo dall’individuo cosciente e creativo e non dalla comunità.
Ogni individuo però può vivere una pluralità di sentimenti contemporaneamente, quindi alla comunità giunge un apporto individuale complesso: ne deriva che anche l’esperienza comunitaria è un complesso.


La seconda considerazione riguarda il fatto che le esperienze sono concatenate fra loro in virtù dei loro contenuti di significato. La motivazione è la legge della vita spirituale non solo individuale, ma anche comunitaria: il significato che compenetra il flusso di coscienza di un gruppo, conferendogli coesione, è tenuto insieme dalla motivazione.
La concatenazione delle esperienze di diversi individui infatti può cooperare alla formazione di un significato totale, sotteso alla motivazione, solo se fra questi soggetti sussiste un reciproco accordo che permette l’estensione delle motivazioni da un soggetto all’altro in una relazione in cui ciò che si compie nell’uno è rivissuto dall’altro.  
Le estensioni di motivazioni da un individuo all’altro permettono il sorgere di unità esperienziali superindividuali. Questo motiva anche il fatto che una comunità può affrontare qualunque tipo di conflittualità, tranne quella sui valori, perché sono essi a determinare la motivazione dello stare insieme dei soggetti al formare la comunità.


La terza considerazione riguarda il fatto che non è possibile parlare con sicurezza di causalità nella comunità se non si rileva che nel flusso esperienziale comunitario esiste un livello di “sentimenti vitali” (ad esempio la freschezza, la stanchezza, il nervosismo, ecc) che si estendono da un individuo all’altro in modo da costituire esperienze comunitarie (3).
La percezione di ciò che è “esteriore” e che suscita nel soggetto l’ “interiore” è fondata su dei dati sensibili che sono estranei all’Io, che però si presentano uniti a dei dati che sono propri dell’Io: è questo che permette all’individuo di comprendere gli stati d’animo altrui.
La riuscita del contagio perciò non è condizione indispensabile per essere coinvolti nella vita spirituale dell’altro. Molto di più infatti può la forza dell’ideale, capace di suscitare un effetto stimolante nell’animo, sebbene i segni esteriori contagianti siano di indubbio aiuto.


La quarta considerazione riguarda il fatto che ogni soggetto può agire anche svicolato da forze provenienti dalla sfera naturale e/o spirituale, ma per una scelta della volontà.
Una azione volitiva può essere vissuta anche a livello comunitario quando una pluralità di soggetti produce una azione trasformando in un fare o la comune posizione volitiva o il libero comune proposito di tutti i componenti la comunità.
Interessante è la precisazione che la Stein fa: per ottenere una azione volitiva comunitaria non è necessario che tutti i membri debbano decidere e tutti agire. Nel momento in cui l’intenzione volitiva di uno si realizza nella azione di un altro, il quale vive l’azione consapevole di adempiere la volontà del primo, allora l’azione diventa una “cosa comune” e, sia nella volontà sia nella azione, si vive da membri di una medesima comunità. Resta però assolutamente individuale quell’acconsentire che dà inizio alla libera azione, perché solo la persona è fonte di atti liberi, in quanto sorgente ultima da cui si sprigionano le motivazioni e le forze interiori. Dal momento che la comunità non ha energia propria, non è nemmeno soggetto libero e quindi responsabile, come lo è invece la persona. Ciò significa che la responsabilità della comunità spetta, in ultima analisi, agli individui che agiscono nel suo nome.
Ogni persona è infatti originariamente responsabile dei propri atti, mentre di quelli altrui è solo corresponsabile, ma in senso non originario; la corresponsabilità però non diminuisce in nulla la responsabilità altrui.
Questo è il medesimo movimento interiore dell’atto empatico, ove ognuno ha un suo vissuto proprio ed, empatizzando, può arricchirsi del vissuto altrui: è una conoscenza autentica, ma non originaria, che chiede sempre e comunque un ritorno a sé e al proprio personale vissuto, lasciando intatto all’altro il suo proprio.
Il già citato Joseph Heimpel fa un'altra sottolineatura interessante che vale la pena cogliere:

 

"La vita della comunità si realizza nella misura in cui essa è cosciente di essere tale, cioè quando nasce la consapevoleza del «noi» - analogo della coscienza personale, «io» [...] L'essenza della comunità si deve cogliere sulla base dell'umanità [...] La comunità in senso assoluto è quindi tutta l'umanità: tutti gli uomini che hanno vissuto sulla terra e che vivono oggi. Come un organismo essa abbraccia biologicamente e spiritualmente tutti gli uomini. le formazioni comunitarie si riferiscono, attraverso dei livelli intermedi, in ultima analisi all'umanità intera. Solo se le comunità particolari vivono il legame in conformità con tutta l'umanità, esse possono pervenire al loro compimento” (4).

 

E in un altro passo sempre lo stesso autore:

 

"Sulla via filosofica, Edith Stein comprende la carità come il principio fondamentale della comunità. Ogni comunità, dalla famiglia fino al popolo ha un fondamento stabile solo nella carità” (5).

 

 

 

Esempi di relazioni empatiche
il colloquio di counseling, il colloquio formativo e il colloquio di accompagnamento spirituale
tipi di colloquio empatico.pdf
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Note

(1) STEIN E., Individuum und Gemeinschaft, Jahrbuch, 1922, p. 184.


(2) HEIMPEL J., Il rapporto tra la persona e la comunità nella visione cristiana di Edith Stein, pp. 95-96, Edizioni OCD,  Morena Roma, 2005.


(3) La Stein approfondisce questa dinamica soprattutto in Psychiche Kausalität, affermando che la vita di un individuo psicofisico è alimentata dalla forza vitale sensibile, che permette alla psiche di radicarsi nella natura materiale e dalla forza vitale spirituale per mezzo della quale la psiche si apre verso un mondo di valori, che suscitano reazioni emotive alimentate dalle motivazioni. La vita personale dell’io è alimentata pure dalla forza prettamente spirituale in cui si riversano forze dello spirito soggettivo, oggettivo e divino.


(4)  HEIMPEL J., Il rapporto tra la persona e la comunità nella visione cristiana di Edith Stein, pp. 150-151, Edizioni OCD,  Morena Roma, 2005.


(5)  HEIMPEL J., op. cit., p. 109.

 

 

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