EDITH STEIN
EDITH STEIN

Educare all'empatia

Empatizzare non è spiegare o studiare, ma comprendere. Rivivere soggettivamente lo stato d’animo dell’altro non ha per obiettivo la comprensione attraverso le chiavi della conoscenza oggettiva, della scomposizione in unità e subunità, e nemmeno la gratificazione del bisogno di conoscenza dell’io; esso ha per finalità invece la comprensione, l’entrare nel vissuto altrui per condividere stando accanto, senza poter o voler intervenire e/o cambiare.
L’empatia schiude a vasti orizzonti e profondi abissi di conoscenza intersoggettiva, raggiunti per mezzo della sensibilità del “compagno di strada” che vuole gettare ponti grazie ai quali procedere uno verso l’altro.
E’ a questo livello che si pone la dimensione educativa, non nella accezione specifica dei processi formativi in cui educatore ed educando ricoprono ruoli distinti e formalmente caratterizzati, bensì in quella valenza umana che ogni autentico incontro reca con sé.
Quando non ci si rapporta egoisticamente gli uni con gli altri, si sperimenta la portata etica di ogni incontro, che si fa evento educativo perché orienta a far progredire insieme se stessi e l’altro. Questo è il dono più grande che ci si possa scambiare nel costruire con gli altri rapporti significativi, autenticamente umani.
Molto frequentemente però la persona può trovarsi a ricoprire dei ruoli educativi. Anche in questo contesto più formale l’empatia fornisce un contributo molto importante nella prospettiva della attenzione alla persona in quanto tale e alla sua verità ontologica.
La Stein, per una molteplicità di circostanze, si è trovata non solo a occuparsi teoricamente di pedagogia, ma a rivestire ruoli educativi come insegnante a Breslavia, a Spira e a Monaco. Fin dalla prima esperienza nel Gruppo pedagogico della sua città natale ella, dissentendo dal modello educativo di Wyneken (1), che giudica impersonale, polarizza la sua attenzione sui legami centrati sulla persona prima ancora che sulla relazione o sul gruppo, perché qui si pone il vero fulcro della esperienza educativa.


Lo stile educativo da lei vissuto e proposto si traduce in una prassi caratterizzata dalla prudenza, dalla delicatezza, dalla volontà e dalla capacità di fermarsi sulla soglia dell’animo dell’altro, perché sia lui a scegliere come e quando aprire la porta del suo mondo interiore. Questa estrema attenzione alla persona non ha motivazioni primariamente psicologiche e/o sociologiche, bensì ontologiche. La Stein ha infatti chiara la consapevolezza che per accedere all’altro occorre approdare non al proprio o all’altrui Io fenomenico, bensì all’essere che è in entrambi che, pur esprimendosi secondo forme personali totalmente proprie, è in realtà un universale. E’ anche per questo motivo che l’educazione, quando è promozione integrale della persona, ha sempre una forte componente autoformativa, perché il nucleo centrale di ciascuno è il luogo dell’incontro con sé e con Dio.


Nello scritto “Problemi dell’educazione della donna” la Stein afferma: “L’educazione è la formazione dell’uomo, di tutto l’uomo, a quello che egli deve essere” (2) e ciò vale per quanto è attinente al corpo, all’anima e allo spirito.
Per questo motivo il compito essenziale della formazione, che deve essere consapevolmente pianificata, consiste nel mettere a disposizione dell’anima, che deve esplicare il suo ruolo, il materiale che le è indispensabile. Ugualmente, alla volontà e alla ragione devono essere presentati obiettivi precisi, ma anche va favorito il contatto con ciò che dà autentica consistenza e nutrimento interiore, cioè il mondo dei valori.


La chiarezza educativa presuppone la chiarezza antropologica, cioè sapere chi è l’uomo e ciò per cui l’uomo è, la sua origine e la sua meta. Avendo come chiave di lettura della realtà quella evangelica, ogni momento educativo e autoformativo assume la forma della sequela, mentre ogni esperienza vissuta in qualità di educatore non è altro che una forma di carità.
In entrambi i casi l’empatia ha un ruolo tutt’altro che irrilevante: la capacità di cogliere e assumere l’esperienza interiore originaria del formando permette di comprendere la dimensione profonda da cui il suo essere si dispiega. La relazione empatica, oltrepassando le barriere dell’apparente, consente di portare a evidenza proprio i doni nascosti e, nella duplice realtà di assunzione-comprensione dell’altro e di sé, si presenta quale possibilità di autentica con-educazione.


Tre sono le parole che costantemente tornano negli scritti della Stein: verità, libertà, responsabilità.
A livello pedagogico, la libertà si offre nel fatto che l’altro trascende l’io come pure l’io trascende l’altro; la verità invece si offre a ciascuno e si disvela più ampia quando la relazione mette in comunicazione i due mondi in cui la verità stessa si invera; la responsabilità infine si offre come modalità di accoglienza reciproca dei due soggetti al fine di valorizzare la propria e la altrui libertà e verità.
Nota è l'attenzione critica della Stein alla storia: basti pensare al suo sguardo lungimirante che le fa intuire da subito la pericolosità dell'ideologia nazionalsocialista.
Proprio a questo riguardo interessante è l'annotazione di Renza Cerri Musso:

 

"Le categorie significate dalle tre grandi parole sono nel contempo condizioni di autentica educazione, mete formative fondamentali, chiavi di interpretazione dell'itinerario educativo. Non per nulla la Stein si rende conto con buon anticipo che l'emergente regime nazista non tollererà nelle istituzioni educative nulla di contrario alla sua ideologia. Una Weltanschauung [ideologia, ndr] totalitaria non è in grado - pena l'autodistruzione - di accettare un uomo capace di essere uomo per l'essere che porta in sé: è soggetto cui non si può confezionare addosso alcun abito, è persona responsabile della sua libertà perché legata solo alla verità” (3).

 

Se verità, libertà e responsabilità sono pietre miliari del cammino dell’uomo verso se stesso, la Stein non dimentica un altro protagonista fondamentale della formazione: la Grazia.
Sia negli scritti raccolti nel volume unico “La donna” come anche nella “Scientia Crucis” ella sostiene che la sola forza educativa sciolta dai limiti della natura capace di stimolare l’attività personale, completandola, senza intaccarne la libertà, è quella che proviene da Dio: ciò che Egli opera con dono gratuito è possibile infatti solo perché la persona si è previamente abbandonata a lui senza riserve.
In questa consegna sta l’atto più sublime della libertà umana, il culmine di ogni atto educativo: la Verità è incontrata e, nella più totale responsabilità di sé, accetta di giocare la propria libertà, certa di ritrovarsi in una libertà ancora più grande.
Se questo è il compimento del cammino educativo, è importante percorrere la strada giusta che porta a questa meta. Per questo motivo alla Stein è caro il termine Bildung, cioè formazione, intesa come “la struttura che la persona umana viene ad assumere per influsso della attività altrui e, rispettivamente, il processo di questa formazione” (4).
Si tratta di una educazione intenzionale, “programmata”: chi educa infatti ha davanti a sé la meta cui tendere (obiettivo ampio, mai parziale, cioè la “persona formata”), ma anche la strada da percorrere per giungervi, cioè le opzioni metodologiche, la scelta dei mezzi, la predisposizione degli interventi, ecc.


Nel volume “Essere finito e Essere eterno” la Stein assegna all’educazione intenzionale un triplice ruolo: promuovere e sostenere quanto di buono e di bene è in ciascuno, eliminare il male e il negativo che provengono  dalla degenerazione dell’uomo a seguito del peccato originale, agire sull’ambiente di vita affinché, indirettamente, possa aiutare la persona nel rafforzare gli elementi positivi ed estinguere quelli negativi. In relazione a quest’ultima affermazione, per lei è infatti molto evidente la dimensione non-intenzionale del fatto educativo, cioè dell’influsso indiretto, ma rimarchevole, dell’ambiente sulle persone… e questo non solo nell’età evolutiva:

 

“Tutto ciò che penetra nell’intimo dell’anima umana la forma e la educa […] Ogni contatto con gli uomini, il loro esempio, il loro comportamento verso i giovani e verso gli altri sono di grande efficacia formativa anche se non ve ne è la minima intenzione” (5).

 

Non si può ignorare questo lavoro indiretto - ma costante - dell’ambiente sulla persona in un contesto di educazione intenzionale, proprio perché, almeno potenzialmente, esso può rinforzare o estinguere i risultati raggiunti dall’educazione programmata stessa.
Considerando i molteplici elementi del processo formativo, la variabile “ambiente” assume l’aspetto di una responsabilità  che richiama l’educatore a dare forma alla indeterminatezza della situazione  attraverso l’impegno a influire sull’ambiente.
Ne consegue che chi ha un ruolo educativo non può restare nelle retrovie rispetto alla qualità sociale, morale ed economica che negli ambienti di vita va via via affermandosi. Non può infatti essere l’ambiente a condurre il gioco formativo. E’ sempre necessaria, a trama, la configurazione della persona umana, sull’ordito dei valori che la sostengono. Il quadro di riferimento antropologico e ontologico è la risposta all’indeterminatezza dell’ambiente.
La proposta decisa di un atteggiamento di consapevolezza vissuto dall’educatore provoca alla medesima consapevolezza e assunzione critica di ogni evento anche l’educando.
Sta esattamente qui la potenza educativa della testimonianza.
Ruolo dell’educatore è accompagnare l’educando affinché si realizzi secondo la sua propria vocazione particolare, che è però sempre e comunque una partecipazione storica - caratteristica e singolare - all’essere di Dio.
Il nucleo essenziale cui la persona è chiamata a convergere è ciò che, in ultima analisi, la realizza. Per questo è importante che il processo formativo non sia generico, ma centrato sul soggetto: in questo modo l’antropologia si fa eminentemente pratica. Il nodo antropologico al quale la Stein àncora la sua visione è la concezione di una umanità creata e redenta, organismo ben compaginato in cui ogni persona è posta in uno stato di responsabilità solidale. Il soggetto umano perciò è “persona” che ha vita per atto di amore di Dio e da lui riceve quell’impronta unica che la distingue da tutte le altre. Per questo motivo la sua formazione è un inestimabile valore perché, attraverso essa, acquista la sua forma concreta irripetibile.


Per lei rispettare un processo formativo autonomo o, ancor più, istituire un itinerario educativo organico e sistematico, richiede una conoscenza non superficiale del soggetto. Secondo l’ontologia infatti l’individualità personale è frutto di quell’impronta originale con cui Dio crea ogni essere e che si rivela nei tratti caratteristici di cui ogni persona è portatrice. Per questo la conoscenza approfondita è indispensabile, perché la persona possa essere autenticamente accompagnata  nel lento cammino di disvelamento e di maturazione.
Questa conoscenza però è complessa.


Accanto al quadro generico della perfetta femminilità e della perfetta mascolinità, vi è quello della individualità. Ciò significa che nessun essere umano è semplicemente “umano”, o “donna”, o “uomo”, ma ciascuno è se stesso con le proprie caratteristiche, inclinazioni, talenti, ecc. Le semplici disposizioni naturali non producono, per via immediata, quella che la Stein definisce “piena attitudine”, cui si perviene attraverso precisi atti di decisione, di autodominio, di trasformazione degli istinti naturali, vitali e sociali (6). Il percepire le singole individualità non è compito della filosofia, ma di quella funzione specifica dell’esperienza che caratterizza i rapporti umani che la Stein ha indicato con il termine Einfühlung, empatia. Diversi metodi aiutano a conoscere le singole persone: quello delle scienze naturali, quello delle scienze psicologiche, quello della filosofia e quello della teologia. Ciascuno fornisce un apporto che è commisurato alla capacità di interpretazione della realtà che gli è propria e, naturalmente, entro questi termini epistemologici ed ermeneutici va utilizzato. Chi però coordina la conoscenza con l’empatia oltrepassa il dato positivo e accede a un coinvolgimento profondo del suo essere con l’essere dell’altro e, utilizzando al meglio gli apporti delle scienze prima citate, trova l’accesso al nucleo profondo della persona, che trascende sempre e comunque tutti gli sguardi parziali delle scienze.
Mediante l’atto empatico l’educatore si pone all’esterno come adiuvante per le energie interiori del formando. Attraverso azioni programmate dà vita a un processo di osmosi fra esteriore e interiore. Scrive:

 

“Solo ciò che dall’esterno entra nell’intimo dell’anima, ciò che non viene solo conosciuto dai sensi o dall’intelligenza, ma tocca il cuore e l’animo, questo solo cresce in esso ed è un vero mezzo formativo. Ma se è davvero tale, se viene realmente a strutturarsi nell’anima, cessa di essere un semplice mezzo materiale, comincia ad agire direttamente, formando, educando, aiutando l’anima a raggiungere quella configurazione che è stata prevista per essa” (7).

 

L’educatore offre occasioni per esplicare i talenti personali (il che presuppone che li conosca e aiuti il formando a prenderne coscienza) e lavora perché, tramite l’allenamento e l’attività, sia raggiunta la maturità. In questo modo le forze interiori e quelle esteriori dialogano, educatore e ambiente lavorano in sinergia con l’energia formatrice intima dell’educando. Fondamentale è però anche il ruolo della libera volontà di quest’ultimo, affinché vi possa essere vera autoformazione, cioè capacità di prendere se stessi nelle proprie mani.
Non si può concludere che con l’affermazione che il ruolo educativo è grande e colmo di responsabilità. E’ soprattutto la dimensione del rispetto che deve marcare la relazione educativa: il saper cioè aspettare anche quando la maturazione è lenta e silenziosa, altrimenti, anziché favorire lo sviluppo, lo inceppa o lo impedisce (8). D’altro canto però la Stein mette anche in guardia dal cedere a quella forma di pseudo-rispetto che porta a una accettazione passiva dei limiti. L’orizzonte infatti è ampio, lo sguardo elevato e la proposta non può che essere esigente: sulle orme dell’unico vero Maestro, Gesù, che non chiede poco o tanto ma tutto, l’obiettivo educativo ultimo infatti non può che essere la santità.
Scrive Joseph Heimpel:

 

"Il fine dell'educazione cristiana, la vita cristiforme del credente, si realizza propriamente nella Chiesa. Essa è scuola di umanizzazione e di comunione, perché è tempio della Trinità, in cui i credenti entrano in comunione con Lui, come figli. La vita della Chiesa deve essere, in fondo, esperienza della comunione con Dio [...] Cristo è modello e mediatore della formazione, e i genitori, come anche la pedagogia istituzionale, devono collaborare con il «Formatore divino», se vogliono compiere un'opera formativa autentica” (9).

 

Evidente è dunque il servizio che il cristiano - formato e formatore - fa all'umanità, indicando le vie e i mezzi dell'umanizzazione autentica, in cui ogni persona diventa se stessa nella comunione con l'altro e con Dio.

 

 

Note

(1) Gustav Wyneken (Hannover, 1875 - Gottinga 1964) è un pedagogista tedesco discepolo di H. Lietz. Propugna un libertarismo pedagogico che esclude l’autorità della famiglia e degli adulti, nonché l’uso dei metodi scolastici, sostiene un cordiale cameratismo tra maestri e allievi, l’autogoverno della scolaresca e una vita a contatto con al natura.

 

(2) STEIN E., La donna - il suo compito secondo al natura e la grazia - , Città Nuova Editrice, Roma, 1987, p. 229.


(3)  CERRI MUSSO R., La pedagogia dell'Einfühlung: saggio su Edith Stein, p.151, Editrice La Scuola, Brescia, 1995.


(4) STEIN E., op. cit., p. 133-134.


(5)  STEIN E., op. cit., p. 233-234.


(6)  STEIN E., op. cit., p. 223.


(7)  STEIN E., op. cit., p. 135.


(8)  cfr. STEIN E., op. cit., p. 54.


(9)  HEIMPEL J., Il rapporto tra la persona e la comunità nella visione cristiana di Edith Stein, pp. 506-507, Edizioni OCD,  Morena Roma, 2005.

 

 

 

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