EDITH STEIN
EDITH STEIN

Il "Circolo fenomenologico" di Gottinga

Quando la Stein giunge a Gottinga, in realtà il suo incontro con il maestro non è immediato e diretto. Il primo fenomenologo con cui viene in contatto è Adolf Reinach, discepolo di prima generazione di Husserl, che tiene dei seminari di primo e secondo livello di introduzione alla fenomenologia in casa propria.
Non è però questa l’unica attività parauniversitaria che anima la cittadina di Gottinga.
Da segnalare in maniera particolare c’è quella della “Società filosofica”, di cui ella partecipa non appena inizia a frequentare il nuovo Ateneo universitario. Molto bella è la presentazione di questi incontri che fa la stessa Stein nel suo volume autobiografico. Così scrive:

 

“Subito dopo l’arrivo di Moskiewicz a Gottinga, ebbe luogo anche la prima seduta semestrale della «Società filosofica». Era costituita dalla cerchia più ristretta dei veri e propri seguaci di Husserl, e si riuniva una sera alla settimana per discutere di determinate questioni. Rose ed io non avevamo idea di quanto fosse ardito da parte nostra unirci subito a questi eletti. Poiché Mos trovava ovvio che andassimo con lui, anche noi la pensavamo alla stessa maniera. Di solito, prima di venire a sapere di questa istituzione, potevano passare diversi semestri e quando si era introdotti in questa cerchia si stava a sentire in rispettoso silenzio prima di azzardarsi ad aprir bocca. Io invece partecipai subito vivacemente alla discussione […] I fondatori della Società filosofica non presenziavano più alle riunioni. Reinach non veniva più da quando era docente e si era sposato. Conrad e Hedwig Martius, dopo il loro matrimonio, vivevano tra Monaco di Baviera e Bergzabern (nel Palatinato). Dietrich von Hildebrand era andato a Monaco di Baviera, Alexander Koyré a Parigi. Johannes Hering voleva sostenere gli esami di Stato l’estate successiva ed era tornato a casa sua, a Strasburgo, per lavorare indisturbato. C’erano però alcune persone che per semestri avevano lavorato con questi corifei ed ora erano in grado di trasmettere la tradizione a noi novellini” (1).

 

Vale sicuramente la pena spendere qualche parola di presentazione di questa prima cerchia di fenomenologi, a testimonianza di come la fenomenologia spalanca autenticamente orizzonti nuovi non tanto perché foriera di nuove idee, ma perché, invitando a tornare alle cose, porta ad assumere posizioni diverse, a mutare prospettiva; una conoscenza però non solipsistica, bensì  generatrice di dialogo e di confronto.  Come ebbe dire Moskiewicz alla Stein:

 

“A Gottinga si discute sempre di filosofia, giorno e notte, a pranzo, per la strada, ovunque. Si parla solo di “fenomeni” (2).

 

Questo semplicemente perché, come già detto, il “fenomeno” è prima di tutto il dato reale così come si presenta alla coscienza.
Venendo dunque a presentare il “Circolo Fenomenologico”, non si può non introdurre per primo ADOLF REINACH  (Magonza, 1883 - Diksmuide, 1917), soprattutto per l’influenza che questo giovane pensatore esercita su quelli della sua cerchia e per il ruolo di fondamentale importanza che viene a ricoprire in relazione  agli studenti che chiedono di essere iniziati al mondo della fenomenologia e di poter frequentare i seminari a Husserl (la  vicenda della Stein è paradigmatica, da questo punto di vista). Dopo il diploma ginnasiale, nel 1901 inizia il percorso universitario presso l’Ateneo di Monaco di Baviera, studiando principalmente psicologia e filosofia con Theodor Lipps; ha anche contatti con Moritz Geiger (3) e Johannes Daubert (4). Nel 1904 ottiene il dottorato in filosofia con Lipps; nel 1905 si trasferisce a Gottinga per studiare con Husserl (completa contemporaneamente gli studi di legge a Tubinga, elaborando una teoria giuridica basata sulla intuizione delle essenze giuridiche, che acquisiscono validità universale e necessaria: è evidente qui il riferimento alla fenomenologia husserliana). Oltre a introdurre gli studenti alla fenomenologia, impartisce anche lezioni su Platone e su Kant. Notevole la sua influenza non solo sulla Stein, ma anche su von Hildebrand e Koyré. Quando, nel 1912, il maestro inizia la revisione completa delle sue opere chiede a Reinach di assisterlo; nel 1913 però, dopo che questi pubblica il volume “Idee” in cui emerge la svolta trascendentale, Reinach è tra quelli che scelgono di restare fedele al precedente Husserl, quello delle “Ricerche logiche”. Per questo motivo prende vita la corrente della fenomenologia di Monaco, di stampo realista.


Secondo membro fondamentale del Circolo Fenomenologico è HEDWIG CONRAD-MARTIUS  (Berlino, 1888 - Starnberg 1966), che si legherà alla Stein con amicizia particolare tanto che sarà proprio nella sua tenuta di Bergzabern  che quest'ultima leggerà la “Vita” di S. Teresa d’Avila e sarà sempre Hedwig a farle da madrina di Battesimo l’1 gennaio 1922. Anch’ella ebrea, si converte poi al cristianesimo nella confessione protestante. E’ tra le prime donne a iniziare un percorso universitario,  dapprima studiando letteratura e storia a Rostock e a  Friburgo in Brisgovia, poi filosofia a Monaco di Baviera con Geiger. Nel semestre 1911/1912 si trasferisce a Gottinga per seguire le lezioni di Husserl e qui si pone alla guida della neo-fondata  “Società Filosofica”. Non approva la svolta del maestro verso l’idealismo e questo la porta a sviluppare una posizione personale che definisce “fenomenologia ontologica”, la cui tesi fondamentale è che nella percezione degli oggetti che si manifestano è possibile il nostro riconoscerli. Questo è il “fenomeno”. Su questa base poggia le sue successive ricerche  sulla filosofia naturale e la cosmologia, come anche, a partire dai risultati conseguiti dalla teoria della relatività e della meccanica quantistica, riflette sul tempo e sullo spazio, arrivando a definirli come finiti (sebbene il tempo, per la sua ciclicità, sia illimitato, ma a essere infinita è la ciclicità, non il tempo in quanto tale). Le sue ricerche sulla “struttura ontica” della natura  e la sua critica al positivismo scientifico influenzeranno in modo particolare la psicologia esistenziale.


DIETRICH VON HILDEBRAND  nasce a Firenze nel 1889 in seno a una famiglia protestante. Fa il suo ingresso in Università nel 1906 e scopre la sua vocazione filosofica leggendo Platone. Il suo primo contatto è con Theodor Lipps e con Pfänder. A seguito della lettura delle “Ricerche logiche” di Husserl, nel 1909 va a Gottinga, affascinato dalla posizione husserliana contraria al relativismo e al soggettivismo. Studia con il maestro, ma è anche allievo di Reinach - che insegna etica -. Von Hildebrand rimane impressionato per la distinzione che quest’ultimo fa tra i valori di una determinata situazione, che denomina “il giusto”, e il valore morale della persona che chiama “il bene”.  Questa distinzione è la premessa della correlativa distinzione hildebrandiana tra i beni moralmente rilevanti come la vita di qualcuno o le sue proprietà, e i valori morali come la giustizia, la purezza, la generosità e la sincerità in quanto qualità di una persona. Alla fine del corso accademico incontra poi Scheler, con cui entra in evidente sintonia e con il quale instaura una profonda  amicizia. Nel 1912 discute con Husserl la tesi dottorale “L’idea della azione morale”. Nel 1914, la notte del Sabato Santo, passa al cattolicesimo, anche grazie all’influenza dell’amico Scheler. Oppositore di Hitler, vive a Vienna dal 1933 al 1938; a seguito della annessione dell’Austria, fugge in Svizzera, nei pressi di Friburgo, per quasi un anno, per poi andare passare a Tolosa. Nel 1940 i nazisti invadono la Francia, cosicché von Hildebrand fugge in Portogallo e da lì si imbarca per il Brasile, per poi raggiungere New York, ove resta fino alla morte nel 1977.


ALEXANDR VLADIMIROVIĆ KOJRE nasce a Taganrog, città portuale della regione di Rostov, nell’Impero Russo, nel 1892 all’interno di una famiglia ebraica. Dopo la rivoluzione del 1905 viene arrestato e, durante la prigionia, legge le “Ricerche logiche” di Husserl. Nel 1908 lascia la Russia e si trasferisce a Parigi prima (da qui il suo nome francesizzato Alexandre Koyré) e a Gottinga poi. Partecipa attivamente al “Circolo fenomenologico”, anche se, a detta di Spielberg (5), sembra essere più influenzato da Reinach che da Husserl. Ha un itinerario piuttosto travagliato, perché nel 1912 presenta a Husserl il progetto per la tesi di dottorato sui paradossi logici, ma il maestro la respinge, cosicché Koyré lascia la Germania e comincia un nuovo percorso di studi a Parigi. Nel 1913 consegue il diploma in filosofia e inizia a preparare la tesi su Anselmo, che discute nel 1921 (di mezzo c’è l’interruzione dovuta alla Prima Guerra Mondiale) dal titolo “Trattato sull’idea di Dio e le prove della sua esistenza in Cartesio”; nel 1923 discute invece la tesi di dottorato, sempre all’Università di Parigi, “L’idea di Dio nella filosofia di sant’Anselmo”. Sebbene non possa essere annoverato come vero fenomenologo, è però evidente l’influenza della fenomenologia nei suoi studi di storia della filosofia e del pensiero religioso medievale.


Da ultimo JOHANNES HERING  (Ribeauville, 1890 - Strasburgo 1966), poi professore di Nuovo Testamento alla Facoltà di Teologia Evangelica dell’Università di Strasburgo. Nel Circolo lancia idee provocatorie circa l’ontologia fenomenologica, in particolare attraverso il suo tentativo di compendiare o di omettere le differenze nel campo dell’essenza. Il suo pensiero influenza un buon numero di fenomenologi, in particolare Roman Ingarden.
 

La Stein partecipa attivamente alla “Società filosofica” come membro della seconda generazione; presidente, essendo il più anziano, è Moskiewicz, che però fatica a ricoprire quel ruolo sentendosi insicuro sulla materia, cosicché, durante gli incontri, la guida della conversazione gli sfugge ogni volta nel giro di breve tempo.
Il ruolo di primo piano è invece ricoperto dal linguista Rudolf Clemens; altri membri sono Fritz Frankfurther, studente di matematica, Hans Lipps, studente di medicina, scienze naturali e filosofia contemporaneamente, Grete Ortmann ed Erika Gothe, studentesse non più giovani, Betty Heymann, allieva del filosofo Georg Simmel, Fritz Kaufmann, studente lavoratore di formazione neokantiana, l’ingegnere canadese Winthrop Pickard Bells e, infine, Rose Guttman, amica della Stein, studentessa di matematica.
E’ molto interessante la conoscenza dei membri della “Società filosofica” perché testimonia con grande concretezza come la fenomenologia è prima di tutto un metodo di approccio al reale che si traduce poi in stile di vita.
Anche la Stein, nella sua autobiografia, lo evidenzia:

 

“Per le persone che ho nominato fin qui, la filosofia era il vero e proprio elemento vitale, pur studiando anche altre cose [il riferimento è a Clemens, Frankfurther e Lipps, ndr]. A questi si aggiungevano altri per i quali il discorso era inverso: il loro specifico campo di studi era la cosa più importante, ma veniva sostanzialmente fecondato dalla fenomenologia” (6).

 

In realtà vale la pena segnalare anche un altro filosofo con cui gli studenti di Gottinga del tempo sono chiamati a confrontarsi e che la stessa “Società filosofica” invita a tenere conferenze per un paio di settimane: MAX SCHELER.
E’ legato alla fenomenologia dalla avversione per le costruzioni astratte, ma anche per la capacità di cogliere, con l’intuizione, la verità dell’essenza. Nella sua opera “Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori”, apparsa sullo “Jahrbuch” di Husserl tra il 1913 e il 1916, propone una concezione dell’etica decisamente contraria a quella di Kant. Per lui infatti il concetto fondamentale dell’etica non è il dovere ma il valore; tale etica è un’etica materiale dei valori e non dei beni, valori  che l’uomo non deve produrre, ma solo riconoscere e scoprire, per mezzo di una intuizione emotiva. E’ un pregiudizio, per questo filosofo, negare l’intenzionalità di un sentimento, la sua capacità di vedere essenze e di cogliere valori. Su questi presupposti egli costruisce una antropologia personalistica in cui un soggetto è essere spirituale (capace cioè di svincolarsi dal potere e dal legame con la vita) e persona (cioè centro di atti intenzionali). La persona entra in rapporto con l’io dell’altro in varie forme (massa, società, comunità vitale, comunità giuridico-culturale) ed è la simpatia l’autentico fondamento dei rapporti interpersonali; solo l’amore supera i limiti della simpatia.  Esattamente sulla dinamica della simpatia la Stein si confronterà poi con lui, arrivando a definire una diversa modalità di conoscenza, basata anch’essa sulla intuizione, ma che salvaguarda molto più la persona e la sua soggettività: l’empatia (questo sarà argomento del paragrafo successivo di questo capitolo).
L’influenza che egli comunque esercita sulle giovani menti di Gottinga è comunque notevole. La stessa Stein ne parla nella sua autobiografia. E’ una testimonianza che vale la pena leggere e che riportiamo in nota. (7).

Quanto detto a proposito di Scheler è molto interessante: la fenomenologia infatti considera anche l’esperienza religiosa e Dio stesso come “fenomeno” che si presenta alla coscienza e conoscibile, almeno parzialmente, mediante l’intuizione. In questo modo si getta un ponte per il riavvicinamento tra  fede, ragione e sapere scientifico, pur mantenendo ciascuno la sua specificità di metodo di indagine e il suo campo di ricerca.


A proposito del gruppo di Gottinga è molto bello quanto scritto da Angela Ales Bello nel suo volume di introduzione alla fenomenologia di Edmund Husserl, Edith Stein e Hewig Conrad-Martius:

 

"Secondo la testimonianza di Jean Hering, in occasione della pubblicazione delle Idee inizia, durante le esercitazioni tenute da Husserl, una discussione con Reinach sul presunto sbocco della fenomenologia.
Si può notare che il distacco dei discepoli o di coloro che ruotavano intorno a Husserl avviene gradualmente e secondo ritmi e vie personali. Se la polemica si accende quasi immediatamente, le prese di posizioni palesi non sono così esplicite e ciò per diverse ragioni, alcune connesse più che con motivi di opportunità in senso formale, come si potrebbe supporre, con il forte legame nell'ambito della ricerca intellettuale e con l'amicizia personale, che si sono stabiliti con il maestro, altre riguardanti la difficoltà di trovare un cammino teoretico autonomo”
(8).

 

La Stein, come avremo poi modo di vedere, si lascia formare dal metodo fenomenologico, che però utilizzerà in maniera personale: tale atteggiamento non è soltanto suo, ma di tutti i discepoli di Husserl, come abbiamo or ora descritto. Non è infatti pensabile una fenomenologia individualista, ove ognuno conduce ricerche sue proprie come fosse però una monade. La relazione e il confronto sono costitutivi di questo metodo. Si cerca insieme e ciascuno fornisce il proprio personale contributo: quello della Stein sarà relativo proprio all'empatia.

 

 

Note

(1) STEIN E., op. cit., pp. 230-231.


(2) STEIN, E., op. cit. p.198.


(3) Moritz Geiger (Francoforte sul Meno 1880 - Seal Harbor 1937) , filosofo tedesco, studia dapprima diritto, poi storia e infine filosofie e psicologia con T. Lipps, con cui ottiene il dottorato nel 1904. Nel 1906 si trasferisce per un semestre a Gottinga ove segue le lezioni di Husserl; dopo uno studio intensivo, diviene membro del gruppo di fenomenologi di Monaco. Con Husserl, Pfänder, Reinach e Scheler diviene responsabile dell’edizione del “Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung” (Annuario di filosofia e ricerca fenomenologica).


(4) Johannes Daubert (Braunschweig, 1877 - 1947), filosofo e fenomenologo della corrente realista di Monaco.


(5)  Herbert Spielberg (Strasburgo, 1904 - St. Louis, Missouri, 1990), studente presso gli Atenei di Heildelberg, Friburgo e Monaco di Baviera (dove incontra Husserl e l’avanguardia del movimento fenomenologico europeo), consegue il dottorato di ricerca nel 1928 sotto la direzione di A. Pfänder. Nel 1937 si trasferisce per un anno in Inghilterra ed emigra poi negli USA, ove contribuisce alla diffusione del movimento fenomenologico negli Stati Uniti d’America. Interessante è il suo libro “Il movimento fenomenologico”, ove appunto, parlando di Koyré, afferma essere stato influenzato più da Reinach che non da Husserl.


(6)  STEIN E., Storia di una famiglia ebrea, p. 232, Città Nuova Editrice, Roma, 1992.


(7)  STEIN E., op. cit., pp. 236-238. “Alla fine del semestre Scheler arrivò. Inizialmente vennero fissate alcune serate a settimana, ma egli non riuscì a organizzare bene il proprio tempo, e alla conclusione gli argomenti si affollavano a tal punto che dovevamo andare lì tutti i giorni. Finita la parte ufficiale, rimaneva per ore nel caffè a parlare con una cerchia più ristretta. Ho preso parte solo una o due volte a queste riunioni più tarde. Per quanto fossi intenta a carpire il più possibile gli stimoli oggettivi, c’era tuttavia qualcosa che mi dava fastidio: il tono nel quale si aprlava di Husserl. Scheler naturalmente era aspramente contrario alla svolta idealistica e si esprimeva quasi in tono di superiorità; alcuni dei giovani si permettevano allora un tono ironico e ciò mi indignava come una mancanza di rispetto e di gratitudine. I rapporti tra Husserl e Scheler non erano del tutto sereni. Scheler non perdeva occasione di ribadire che non era allievo di Husserl, ma aveva trovato personalmente il metodo fenomenologico. Per quanto egli non fosse stato suo allievo, Husserl era tuttavia convinto della sua dipendenza da lui. […] La facilità con cui Scheler accoglieva stimoli esterni è nota a tutti coloro che lo hanno conosciuto o che hanno letto attentamente i suoi libri. Accoglieva da altri delle idee che poi trovavano sviluppo dentro di lui, senza che lui stesso si accorgesse di essere stato influenzato. In tutta coscienza poteva affermare che era tutta farina del suo sacco. A questa competizione per la precedenza, Husserl aggiungeva una coscienziosa preoccupazione per i suoi allievi. Si impegnava molto per educarci a una rigida oggettività e precisione, ad una «radicale onestà intellettuale». Ma la maniera che aveva Scheler di diffondere sollecitazioni geniali senza approfondirle sistematicamente, aveva qualcosa di brillante e seducente. Per di più, egli parlava di questioni aderenti alla realtà, che sono importanti per ognuno e che agitano in particolare l’animo dei giovani, non come Husserl che trattava di cose astratte e fredde. […] Alla prima impressione, Scheler era affascinante. Non mi è più capitato di vedere in un uomo un’espressione così pura del «fenomeno della genialità» […] In quei giorni parlò anche delle questioni che formavano il tema del suo libro, da poco pubblicato, «Sulla fenomenologia e teoria del sentimento di simpatia». Per me esse assunsero un’importanza particolare, poiché cominciai proprio allora ad occuparmi del problema della Einfülung (intuizione empatica) […] Per me, come per molti altri, la sua influenza in quegli anni acquistò importanza anche al di là dell’ambito filosofico. Non ricordo in quale anno Scheler sia entrato nella Chiesa cattolica. Non doveva essere da molto. In ogni caso, in quel periodo, aveva molte idee cattoliche e sapeva divulgarle facendo uso della sua brillante intelligenza e abilità linguistica. Fu così che venni per la prima volta in contatto con un mondo che fino ad allora mi era stato completamente sconosciuto. Ciò non mi condusse ancora alla fede, tuttavia mi dischiuse un campo di «fenomeni» dinanzi ai quali non potevo più essere cieca. Non per niente ci veniva continuamente raccomandato di considerare ogni cosa con occhio libero da pregiudizi, di gettare via qualsiasi tipo di «paraocchi». I limiti dei pregiudizi razionalistici razionalistici, nei quali ero cresciuta senza saperlo, caddero, e il mondo della fede comparve improvvisamente davanti a me. Persone con le quali avevo rapporti quotidiani e alle quali guardavo con ammirazione, vivevano in quel mondo. Doveva perciò valere la pena almeno riflettervi seriamente. Per il momento non mi occupai metodicamente di questioni religiose; ero troppo occupata in molte altre cose. Mi accontentai di accogliere in me senza opporre resistenza gli stimoli che mi venivano dall’ambiente che frequentavo e - quasi senza accorgermene - ne fui pian piano trasformata”.


(8)  ALES BELLO A., L'universo nella coscienza - Introduzione alla fenomenologia di Edmund Husserl, Edith Stein, Hewig Conrad-Martius, p. 29, Edizioni ETS, Pisa, 2007.

 

 

 

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